Rassegna Stampa

di Bizarre Blow up 16 ottobre 2008

In entrambe queste raccolte, che offrono lo stato dell’arte di quel che significa scrivere oggi in America, c’è lo zampino di Dave Eggers. Salutato al suo esordio (“L’opera struggente di un formidabile genio”) come un talento letterario fuori dal comune, si poteva pensare che la sua parabola finisse insieme con la smisurata presunzione su cui aveva costruito quel libro. Invece, ecco Eggers mostrare un insospettabile spirito di iniziativa che si concretizza qui in due esempi notevoli. “The Believer”, per cominciare: si tratta di una rivista che Dave fondò nel 2003 con alcuni altri personaggi (tra i quali Ed Parks, di cui è fresco di stampa il primo romanzo), per la quale la Isbn ha deciso di tradurre il meglio in tre volumi; il primo è stato recensito su queste pagine a inizio anno. La partecipazione a “The Believer” è apparentemente basata su un approccio di libertà assoluta che permette di accostare interviste a protagonisti di primo piano della letteratura (citiamo la conversazione tra Paul Auster e Jonathan Lethem, piuttosto che Don DeLillo che discute con Greil Marcus di Bob Dylan) con recensioni di quel che capita (in questo volume, alcuni bambini e parecchi motel), e con articoli sugli argomenti più disparati che possiate immaginare: dalla creazione di linguaggi artificiali alla genesi dei test sulla personalità, dalle opinioni del grafico del punk Raymond Pettibon a quelle del regista Todd Solondz, dall’analisi dei metodi dei terroristi islamici alla descrizione dell’allestimento di un museo marino. L’effetto caleidoscopio non sconvolge quanto nel primo volume, mancando la sorpresa, ma la qualità di questi scritti è sempre elevata; l’unico appunto che possiamo muovere alla selezione è che occasionalmente i riferimenti alla cultura americana sono troppo spinti (ad esempio i dettagli sullo Steve Martin scrittore, che in Italia nessuno conosce) per essere apprezzati pienamente. Ma è sempre un bel leggere, da gustarsi a piccole dosi. (7) Quanto alla raccolta della Minimum Fax, è il secondo volume del meglio di McSweeney’s, rivista stavolta dedita alla narrativa, e fondata – naturalmente – dal solito Eggers, che scrive una prefazione appositamente per il pubblico italiano. Anche qui insieme a esordienti o quasi, nomi altisonanti quali Lethem o A.M. Homes fanno la loro figura. Ovvio che per chi ama la letteratura americana queste raccolte sono ideali per scoprire nuovi autori o apprezzarne altri che magari dalle nostre parti sono poco popolari. Qual è il rischio, per chi scrive su McSweeney’s? Che lo stile di questi autori finisca con l’essere un po’ troppo simile a un modello ben noto – un po’ come l’indie rock, nato per contrapporsi alle scontatezze del rock classico, è stato in definitiva riconosciuto come un genere a sé stante dalle caratteristiche ben precise. Ora, se vogliamo ravvedere nella letteratura della giovane America alcuni tratti distintivi, questi sono grosso modo: la messa in scena di una realtà un po’ paranoica, con elementi di angoscia sovente surreali, e personaggi schiavi di queste situazioni, a subirne le conseguenze senza saper bene cosa fare. Ecco, in questo filone entrano chiaramente i racconti di Kevin Brockmeier, di Ryan Boudinot, di Ann Cummins, di Judy Budnitz. Ma sono tutti davvero ottimi, se accettate di leggere cose un po’ inquietanti che vi causeranno qualche trambusto interno. Poi, ci sono altri schemi narrativi: abbiamo apprezzato meno i racconti a taglio storico (troppo poco credibili, di fronte a un tentativo di contestualizzazione temporale, le prove di Glen David Gold e Paul Collins) e di più quelli con riferimenti autobiografici (le disavventure di Jonathan Ames ai suoi primi passi nella letteratura e la straordinaria esperienza di guerra di Gabe Hudson), letto qualche stupidaggine (Jim Stallard) e intravisto talenti ancora inediti (Kerrie Kvaskay-Boyle, Sheila Heti). Ma è stata nel complesso un’esperienza affascinante, ricca di emozioni, che ci ha fatto riflettere e divertire. La consigliamo senza esitazioni.