Già in Passa la bellezza (Einaudi), il primo romanzo di Antonio Pascale (dopo il reportage su Caserta, La città distratta, e i memorabili racconti di La manutenzione degli affetti), l’incipit coincideva con una data esatta: «Tutta questa storia deve essere iniziata la mattina del 7 giugno 2002». E metteva subito di buonumore, incrociare quest’amore di precisione. Così pure i cinque capitoli del recente S’è fatta ora (di recente edito da minimum fax nella rinnovata collana «nichel») raccontano vicende in cui calendari, cronologie, orari hanno un significato tutt’altro che secondario: «quel giorno, il 23 ottobre del 1975», «Pasqua del 1975», «le 23 del 10 maggio 1985», «a partire dal 10 luglio 1990», «la fine di novembre 1989». E d’altra parte, dire «s’è fatta ora» – come spiega il capitolo-racconto che apre il libro – è un modo per tenere sempre a mente e a bada il ticchettio degli orologi. Per parecchie ragioni. Il tempo e la vita corrono avanti, sembra ribadire di continuo Pascale; e non si riferisce però al tempo e alla vita in generale: ma a «quel» tempo e a «quella» vita – la sua. Cioè il tempo e la vita di Vincenzo Postiglione, che è protagonista e testimone e dice «io». Educazione sentimentale e cognizione del dolore non appartengono, in S’è fatta ora, a un «sempre» sfumato: si ancorano invece ai dettagli di un’età precisa. «Un giorno di aprile dell’82» può capitare di prendere atto – mentre viene infilato in forno, da mani materne, il pan di spagna – di un collasso dell’immaginazione famigliare. «Poco dopo la Pasqua del 1975», un ragazzino di nove anni che coincide con l’io narrante, comincia a leggere il dizionario medico Larousse e a essere ossessionato dalle malattie. «Vedevo la foto di un bambino con la leucemia e pensavo, dopo appena qualche ora, di essere io quello malato di leucemia. Avvertivo i sintomi, le ghiandole linfatiche gonfie», si legge nel capitolo «La miglioria della morte», in cui diventare grandi significa fare i conti – dolorosamente – con le verità del corpo. Su cui Pascale-Postiglione si concentra sempre con occhio curioso e partecipe: bisognerebbe dire con «attenzione e misura (medica)», come dice Postiglione quando parla – ammirato – di Čechov: «Un ceto variopinto e multietnico gli fece visita in quegli anni, e Čechov ne appuntò nel suo taccuino le facce, i vestiti, e poi sintomatologie cliniche, tic, paure, fobie, sogni, mancanze, malesseri, ambizioni. Lo fece con precisione e attenzione, vagliando caso per caso: un umile, costante, vigile sguardo quotidiano». Ecco compresa la lezione a cui Pascale si ispira e si attiene: denunciata con svagatezza, tra le righe, sta alla base del realismo trasparente e malinconico dei suoi libri. E dà alle pagine il senso e il verso. Così, Pascale non astrae: al più, medita, rimugina, si interroga. Non astrae, perché ai concetti preferisce sempre le cose, il loro disegno, la concretezza dei dati e dei gesti. Vincenzo Postiglione è dunque un «personaggio-corpo» (ché non si dimentica mai, lui, di essere un corpo), (auto)sottoposto qui a una lastra in movimento del suo crescere, diventare grande, e diventare cittadino, e diventare padre. Sbattendo il naso ogni volta con la «matrice primaria della vita» che, «ridotta all’osso», è il dolore. Colpisce come e con quanta tenerezza, quanta ironia, quanta verità, qui (e anche nella Manutenzione e in Passa la bellezza), Pascale sia capace di affrontare, sulla pagina, il dolore, di aggredirlo da più prospettive. Nel tentativo di venire a capo del buio, come dice una frase di Benjamin – anche se forse sarebbe meglio non farlo. «Non bisognava guardare troppo le persone, altrimenti scopri nel loro sguardo qualcosa che assomiglia al dolore», impara Vincè anche su indicazione paterna. Però poi il più delle volte disobbedisce, e non smette di guardarle, le persone, e di guardarsi, pure quando fa più male. Pure quando non capisce, e soffre, e vorrebbe essere diverso, e finge di esserlo. Come càpita in «Amori romani», capitolo adolescenziale che ha pagine tese e appassionate, bellissime, sul cortocircuito che scatenano, sfiorandosi, due corpi giovani; e sulle ferite, sulla distanza e sull’intimità, sulla «gioia di vivere» che copre come una patina dorata un «nucleo primario» di malessere. Di tutto ciò che nella vita – tutto, appunto – è a tempo determinato, parlano i cinque capitoli di S’è fatta ora. L’ultimo, «Tutto un complesso di cose», è un punto d’arrivo notevole per il libro e per Pascale. Che riesce a impastare la narrazione di umorismo e di pietà (riesce, insomma a far ridere e a commuovere: impresa tutt’altro che facile). Salta dal dentro al fuori, da un tempo all’altro; indaga le complicazioni dei rapporti umani prestando orecchio a voci, cadenze, rimbrotti; ricostruisce un lessico famigliare tenero e spassoso («Che brutta cosa ’a gente»); passa da Čechov a «Greenpeace», da un reality macabro agli Ogm, con la disinvoltura pacata di chi, in un racconto, sa metterci «tutto un complesso di cose», che coincide con la vita. Inseguendo un’idea di letteratura che, nella «cura» con cui rappresenta il mondo, si fa anche – lievemente, pacatamente – sfida alla superficialità-immaturità degli esseri umani.