«L’abbiamo battezzata Officina Italia anche perché è un tributo “local” all’antico concetto milanese di città che produce», spiega Antonio Scurati a un giovane scrittore incuriosito da quel nome eccentrico per un festival letterario. Non solo, quindi, un omaggio letterario alla rivista Officina ma anche un atto di nostalgia che, però, «è legittima solo per ciò che non si è vissuto». Sennò diventa un «sentimento stucchevole», una melassa. Officina Italia, quindi, come il luogo dal quale la letteratura, così come un interno Paese, deve rimettersi in moto per tornare a essere narrazione di un percorso e non resoconto di ciò che si è (o, peggio, di «ciò che si consuma»», come la violenza, la paura e l’ambizione).
E di “nostalgia” per il futuro - quel tempo più esistenziale che storico che si ha il timore di non poter vivere a causa di un presente inamovibile e totemico - Antonio Scurati ne ha tanta, se è vero che ha raccolto i suoi amici a confrontarsi su quanto futuro scorra nelle loro pagine. Se non siano state intrappolate anch’esse da una crisi che in letteratura si declina come «impossibilità di immaginazione». Insomma, «in una Milano che assomiglia a Roma» - come la definisce per la serata afosa che non lascia respiro neanche all’interno del parco dove campeggia la stupenda palazzina Liberty, la stessa «dove Dario Fo, negli anni ’70, faceva il suo teatro» – Scurati spiega ancora al giovane il senso di quel nome che sì, in effetti, fa poco immaginario. Ma che centra perfettamente sia con l’obiettivo di restituire il tempo del racconto e sia con l’idea forte di quest’anno, quel “coraggio del futuro” che deve diventare un meccanismo generazionale.
Ma da dove iniziare? Dal racconto, prima di tutto. Il perché ce lo spiega Giorgio Vasta, giovane scrittore palermitano ospite della tre giorni e il primo a confrontarsi con il pubblico: «Ci sono degli strumenti che possono servire a mettere a fuoco un’atmosfera di senso morale. E le narrazioni sono uno strumento efficace per spingersi là dove ancora gli altri strumenti scientifici non sono nelle condizioni di poter guardare. Il vero tema però non sta tanto nel tentativo di leggerlo, questo futuro, ma nel riuscire a incidere su di esso, nel riuscire a modificarlo, nel far andare le cose in un altro modo».
Modificare il futuro, come esperienza divinatoria e, insieme, come occasione per capire e superare il presente. È quello che hanno fatto gli scrittori che Vasta ha riunito in “Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile”, un’antologia dove insieme ad altri narratori ha immaginato lo scenario dell’Italia tra trent’anni. «Già, questa antologia mette a fuoco, attraverso lo strumento della disperazione e della paura, che cosa saremo ma più esattamente che cosa siamo. E ci vorrebbe, a partire da ciò, una reazione, una concretezza e un recuperato orgoglio rispetto al fatto di essere soggetti storici. Non accettare di esserci totalmente espulsi dalla storia». Tra le cause di questo smarrimento dal sentire storico vi è la paura: «Quando noi supponiamo qualcosa che accadrà, immaginiamo ciò che temiamo accada o ciò che desideriamo accada. Oggi bisogna venire fuori da un regime della paura che mi sembra perfino per certi versi compiaciuto, della paura a ogni costo come modo per rendersi conto delle cose e per fare esperienza dell’altro».
E qui, per lo scrittore palermitano, lo sguardo sul presente è necessario «perché a me sembra che, per esempio, tutto ciò che riguarda “lo straniero”, dalle politiche del respingimento a tutto quello che ha a che fare con l’approccio non semplicemente giuridico ma culturale con l’immigrazione, sia un’enorme e spaventosa metafora di una incapacità di riconoscere l’altro se non nella misura in cui lo si considera pericoloso, quindi agente di un trauma». Ecco che allora recuperare la consapevolezza di essere soggetti storici con una “prospettiva” davanti diventa un modo per rendere possibile che, dinanzi all’altro, non prevalga la paura «ma un elemento di desiderio in grado di farci sentire quasi fisicamente che cosa sarà il futuro».