Dopo un esordio schioppettante con una raccolta di racconti di prim'ordine ("Non parliamo la stessa lingua", apparso in Italia nel 2007), il 40enne Todd Hasak-Lowy pubblica il suo primo romanzo ed è un altro evento destinato a lasciare un segno sulla scena letteraria internazionale. "Prigionieri", pubblicato da Minimum Fax - la cui attenzione alla letteratura americana emergente non è più una sorpresa per nessuno, così come il fiuto del direttore editoriale Martina Testa - è la storia di uno sceneggiatore hollywoodiano, Daniel Bloom, e della sua crisi, che coincide con il progetto di un film nel quale un killer elimina a uno a uno gli uomini più potenti d'America e un poliziotto, il cui padre è stato rovinato proprio dalle truffe finanziarie di una vittima dell'assassino, che si scopre schierarsi dalla parte del "cattivo". Partendo dal disagio che prova per il fatto di volere che queste cose succedano "davvero", Daniel si avvicina a un rabbino originale e tragico che gli suggerirà un viaggio in Israele e poi lo aiuterà, in maniera sempre non convenzionale, a provare a rimettere insieme i pezzi della sua vita, in poco tempo precipitata in un abisso di lancinante chiarezza, con tutte le difficoltà che questa implica. Fino a un finale memorabile intorno a tre fosse appena scavate. Un libro che in più parti sembra avere un'energia prorompente e che probabilmente stupirà i lettori di racconti di Hasak-Lowy proprio per il contrasto con le short story: tanto queste erano controllate e "perfette" nella loro misura, tanto "Prigionieri" è esuberante e ricco di spunti continui. "Nello scrivere il romanzo - ci ha spiegato Hasak-Lowy in un incontro a Torino - non ci doveva essere repressione, e tutto poteva esplodere. In alcune parti c'era la sensazione che tutto fosse fuori controllo, e la rabbia di Daniel si esprimeva sempre più velocemente.I racconti sono più puri e hanno una struttura che prevede un cambiamento, un equivoco o un colpo di scena. Il romanzo è più ricco, più forte. Quando lo scrivevo non avevo ancora idea di come sarebbe finito e a volte tornavo indietro e ne riscrivevo delle parti". Il risultato è un'opera che travolge il lettore, tanto per la lingua (ci sono frasi lunghissime e bellissime, leggendo le quali si può capire il concetto di ritmo nella prosa) quanto per il tipo di storia, per ampi tratti simile a un saggio sociologico sfrenato e talvolta, nel personaggio del rabbino Ethan, perfino lisergico. Ma sempre con un raggio di lucidità, in fondo sconvolgente. "Saggistica e letteratura - ha spiegato lo scrittore - sono molto vicine. Io ho cominciato a scrivere fiction venendo da esperienze accademiche. Una cosa che faccio è prendere la voce dei sociologi e degli storici e quindi creare letteratura. E' una cosa che lascia alcuni lettori disorientati, ma altri affascinati". E del saggio "Prigionieri" ha, nelle intenzioni di Hasak-Lowy, anche una certa inclinazione di fondo: "Questo è un romanzo sulla cultura visuale. Non mi faccio illusioni sul potere della letteratura e della scrittura nella nostra epoca, ma spero che la mia scrittura sia un'espressione della cultura visuale, anche se quello che volevo fare era un libro che non fosse di immediata trasposizione al cinema o in un telefilm". Se infatti il cinema, "così studiato, così vero, così impossibile", ha una parte importante nel romanzo, è altrettanto fondamentale la riflessione del personaggio e dello stesso scrittore sulla generazione delle storie e sulla trasposizione letteraria di quello che sono le immagini del film. Così la sceneggiatura cui Daniel lavora diventa un racconto senza scene e senza immagini, ossia diventa letteratura, e in questo spazio di autoriflessione si colloca la crisi interiore del protagonista che, nelle parole di Hasak-Lowy, "vive in uno schema razionale, mentre la risposta a ciò che cerca sta da un'altra parte, su un altro piano". Da qui le avventure "on the road" in Israele e il conseguente climax del plot nell'ultima parte del libro. Tasselli ben inseriti in un meccanismo narrativo e di suggestioni di alto livello