Rassegna Stampa

di Giovanni Pacchiano Il Sole 24 ore 04 maggio 2004

Chi si ricorda di un’antologia ormai appartenente alla preistoria come La nuova narrativa italiana per cura di Giacinto Spagnoletti ( 2 voll., anno 1989 )? Esemplare nel suo rifiuto di un titolo-etichetta di quelli che fan colore. E vi sono rappresentate le promesse e le quasi-certezze nel campo della narrativa del dopoguerra, con quel tanto di profezia da parte del critico militante che sorprende ancora oggi per la saldezza del gusto. Sono giunte, in anni più vicini a noi, le etichette di maniera, i “giovani cannibali”, i “disertori”, più molti altri nomi o perifrasi di fantasia di cui ci siamo voluti rapidamente dimenticare.
Oggi, ecco l’ultima nata fra le sillogi di giovani promesse, La qualità dell’aria (sottotitolo: Storie di questo tempo). Dove i due curatori (entrambi anche scrittori, ed entrambi autoantologizzatisi, scivolata di stile) puntano, nella prefazione al volume, su un obiettivo che è ragionevole condividere: raccontare il nostro tempo, declinandone ‹‹le ansie sociali in uno stile forte, riconoscibile››. Aggiungendo, nella stessa prefazione, anche qualche enfasi di troppo, di quelle che un po’ irritano, come:‹‹ Avevamo a che fare con un’antologia necessaria›› (manco fossimo dinanzi alla celebre Letteratura dell’Italia unita di Gianfranco Contini). O: ‹‹E’ nato così un forsennato corpo a corpo con gli scrittori dell’antologia›› (detto dei contatti con gli autori e della messa a punto del volume).
E però, anche se crediamo poco ai “forsennati corpo a corpo con gli scrittori”, o poco ci importa, e scordata la formula del titolo ondeggiante fra il Parini e un buon marketing pubblicitario, si dovrà dire che La qualità dell’aria mostra, per fortuna, un’altra e meritevole qualità, quella delle scelte.
Così come si mantiene fedele, di massima, al proposito la maggior parte dei testi; e si parla molto di lavoro e di concreti lavori e dei relativi disagi. Qualche esempio: ritroviamo nelle pagine del libro gente che lavora in pubblicità, impiegati della Pubblica amministrazione, operai e piccoli o grandi dirigenti, padroncini, insegnanti ( più di un insegnante ), responsabili amministrativi, impiegati in un call center o in un Internet café; così come troviamo studenti universitari in cerca di sé stessi o di nulla... Dietro, appare lo sfondo di una società nevrotica e opaca, compulsivamente rivolta ai soldi, solo ai soldi, e al successo. Ed è appunto il contrasto fra immagine, denaro e successo dei personaggi dello spettacolo, da un lato, e faticosa sopravvivenza degli umili, dell’altro (lei, la protagonista, è maestra elementare, precaria e sudìta, trasferitasi al nord, a Bergamo, pur di poter fare almeno qualche supplenza saltuaria, perché giù non c’è lavoro), ad accendere il racconto più bello, il più energico, il più disperato: Verissimo, di Valeria Parrella (molto più che una promessa). A proposito di insegnanti (il gruppo, oggi, più vilipeso, il più maltrattato dal punto di vista economico), ci cattura anche la brutale ironia della voce narrante di Steinbeck, di Giordano Tedoldi: storia di un giovane e tracotante cretino, dotato di un piccolo capitale che non vuole in nessun modo intaccare. Che si è messo con una prof. di italiano (‹‹quella stronza e perdente della mia donna››) e la assilla di rampogne, rinfacciandole la carriera delle ‹‹modelle dei calendari, le conduttrici, le presentatrici, le giornaliste dei tg››. Mentre lei si difende debolmente: ‹‹Che colpa ne ho se non ho trovato di meglio?››, balbetta.
Si dovrà, infine fra i diciannove autori antologizzati ( e c’è anche un irrilevante fumetto, che ha per protagonista un maiale, finito chissà perché nel mucchio: forse un ricalco a suo modo orwelliano?), ricordare, oltre a Parrella e Tedoldi, anche altri che ci sembrano promettere. Specialmente Ernesto Aloia con La situazione e Giordano Meacci con Più bella del rame.
La scommessa è: saranno famosi?