Rassegna Stampa

di Giuseppe Amoroso La Gazzetta del Sud 05 aprile 2004

Amano l'eccesso, la protesta, l'«icona stilizzata» di un mito, le cose come spettacolo di un'idea e le idee come orizzonte totale. Amano il grido solitario e convulso e il sussurro che lacera e il dialogo che cerca gli altri ma anche ascolta se stesso. Amano la vita larga che cresce sul proprio fuoco per farsi voce sonora. Si confessano dal proprio remoto angolo di giorno e da un podio, da una vetrina, fiduciosi in un'onda di propagazione infinita. Fanno le loro scelte politiche e configurano (profetizzano?) il mondo nella forma di quelle scelte. Vivono guardandosi vivere, sempre protagonisti anche se talora si ritagliano con orgoglio un ruolo di comprimari. Una specola da cui guardare gli altri. Stilano decaloghi per «accettare i cambiamenti», conoscere i problemi, decidere. Nell'onda di «astratti» furori e di passioni vere e feroci cercano di distinguere l'«orzo dalla gramigna». Sono i venti giovani narratori dei racconti di La qualità dell'aria. Storie di questo tempo. «Diversissimi per argomenti tecniche, linguaggi, ritmi narrativi (compaiono pure sequenze visive: percussioni ottiche, il collage, la fotografia sbalzata quasi in un'astrazione metafisica), i testi snocciolano all'unisono una realtà terremotata, sconvolta da squilibri, ingiustizie, arbìtri, trasferendola in pagine attrezzate per contenere (e incanalare verso determinati obiettivi) la colata lavica. Non mancano, certo, i mezzi stilistici per arginare i toni troppo accesi, l'urto, la vertigine, il colore accecante: tuttavia, proprio dall'insulto dei temi, dal rombo e dalla deflagrazione molti racconti assumono le mosse al fine di veicolare figure paradigmatiche, storie in funzione di parabola, simboli incarnati nel convulso vivente. Manca una quota di sorriso: la severità degli intenti, l'incendio della polemica, il disegno pedagogico, la denuncia fanno lievitare il tessuto espressivo senza la preoccupazione di un autentico argine. Ma l'argine si staglia, qua e là, nelle trasparenze della malinconia. Tocca a Paolo Cognetti, con il «manuale delle donne di successo», il compito di aprire la raccolta che segue con le variazioni sul tema del rapporto tra pubblica amministrazione e cittadino, orchestrate da Antonio Pascale e con l'approfondimento, operato da Ernesto Aloia, della mancanza di alternative nell'esistenza. Christian Raimo si spine a dare vivezza di racconto a «zone del nostro cervello che sono state giustamente colonizzate per cause definite». Giordano Tedoldi tratta l'importanza del denaro, privilegiando un felicemente mistificatorio basso continuo, mentre Francesco Pacifico si muove tra realtà e finzione con una penna che disegna geroglifici di meraviglia. Una devastante trasgressione si innesta sulla strategia di Elena Stancanelli, intenta a costruire un puzzle di vicende comuni. Il «fantasma» di una strada, rinchiuso nelle parole di un libro, imprime, sul paesaggio romano di Emanuele Trevi, una «mischia» visionaria. Riccardo Falcinelli e Marta Poggi si dedicano al fotomontaggio. Col «brusio» degli oggetti, Giordano Meacci fa sbandare il millimetrico presente. La scoperta della singolarità dei costumi del popolo russo consente a Gabriele Pedullà di esercitare in veste di racconto un saggismo denso. Il «buddismo autostradale» di Kerouac detta motivi, spazi e logaritmi a Tommaso Pincio. La storia di un amore viene rievocata da Nicola Lagioia nel contesto storico di un anno memorabile, tra esterni piegati dalle emozioni e un miracolo che non appartiene ai protagonisti. La varietà dei problemi e i filtri di scritture che passano dal realismo più crudo a musicali sfumature o ad abbaglianti ricordi spingono, in questo libro, il lettore ad andare avanti, come catturato da uno stato sempre più coinvolgente di tensione. Nel tempio laico di un ipermercato notizie di guerra riempiono gli schermi del «mosaico» dei televisori esposti: i due personaggi di Andrea Piva, allontanandosi, divengono di nuovo «due malinconici, preoccupati sconosciuti con un po' più di morte del solito negli occhi». Le convenzioni di un gruppo di giovani, spesso sganciate dagli schemi politici, tentano, nel resoconto furente di Serafino Murri di farsi largo nel ping-pong di conversazioni al diapason (con un Pasolini che « sorride felino»). Di una Bergamo alta deserta nel gelo della sera, di un coro vociante e di un'ansia fatta per «correre in avanti» parla Valeria Parrella (l'autrice del sofisticato e intrigrante mosca più balena).
E poi, ecco Marco Covacich con il suo allucinato andare per una Pordenone «vestita in fretta» e per una Trieste squassata dall'«ululato» del vento e come coperta dal «tendone militare» di un cielo rasoterra. E, a chiusura del volume, ecco Leonardo Pica Ciamarra e la sua immalinconita riflessione sui vecchi compagni di scuola che «ritengono di avere in comune con noi niente di meno che gli anni migliori della nostra vita». Intorno, per la «falsa piazza» dell'aeroporto di Gatwick, anonima e senza colpa, la gente passa.