Rassegna Stampa

di Alfonso Berardinelli Il Foglio 08 luglio 2004

Romanzo o racconto? La nuova narrativa italiana non è più tanto nuova, ha già la sua tradizione, i suoi nomi ricorrenti, le sue due o tre generazioni: porre interrogativi elementari e radicali in proposito può sembrare una dichiarazione di sfiducia. Negli ultimi vent’anni sono usciti centinaia di romanzi. Gli editori e i lettori vogliono romanzi. Gli autori non vengono riconosciuti come tali, non hanno identità se non possono esibire come prova della loro effettiva esistenza la pubblicazione di un romanzo. Così, molto spesso, il romanzo è uno dei mezzi più sicuri per raggiungere scopi che non riguardano la letteratura se non in modo indiretto e tangenziale. Insomma: il romanzo è più un “genere editoriale” che un genere letterario, è un oggetto dotato di un forte magnetismo perché si presenta come un parallelepipedo di pagine stampate che si suppongono unite da un filo mentale. Non sempre questo filo mentale esiste e lega insieme. Le nostre collane di narrativa lo dimostrano. Se si vuole pubblicare, si deve ogni tanto fare finta che sia un romanzo qualcosa che un romanzo non è.
Innovazione e sorpresa
La situazione è da decenni resa assai complessa da una circostanza storica particolare: non si sa bene se il romanzo sia finito da tempo o se invece le sue capacità di metamorfosi gli garantiscano una vita pressoché eterna. Comunque, non bisogna formalizzarsi. Il romanzo è innovazione e sorpresa. Può di continuo inventare se stesso. La sua stessa tradizione prevede e prescrive questo. E’ un genere elastico, un contenitore, un organismo onnivoro la cui vitalità è garantita dalla varietà sperimentale dei suoi modelli. Personalmente ho le mie convinzioni circa i limiti di questa varietà. Credo per esempio che un romanzo, per essere tale, debba narrare o fingere di farlo, debba possedere in ogni sua pagina una potenzialità dinamica che tira in avanti la storia verso qualcosa che non si può prevedere, pur essendo contenuto nei suoi presupposti. Perché questo avvenga, è indispensabile saper inventare un personaggio, almeno uno, magari coincidente con la voce del narratore. Se c’è il personaggio, si può parlare di filosofia dalla prima all’ultima pagina, dato che in questo caso si tratterà di una “filosofia in atto”, cioè pensata e vissuta da qualcuno, in certe condizioni precisate di tempo e di spazio. Eccetera.
Dunque: romanzo o racconto? E’ chiaro che in termini editoriali l’alternativa c’è (gli editori non vogliono i racconti), ma in termini letterari molto meno, perché si tratta di due generi reciprocamente solidali. Il romanzo e il racconto si alimentano a vicenda. Una letteratura come quella italiana, tradizionalmente in difficoltà con il romanzo, dovrebbe saper usare e apprezzare di più il racconto. Inoltre un giovane autore, prima di tentare il romanzo, dovrebbe forse esercitarsi nel racconto per cominciare a capire meglio la grammatica narrativa che riesce a controllare. Queste e molte altre cose mi sono venute in mente leggendo un’ottima e utile antologia recente di racconti, un’antologia abbondante e ben documentata come La qualità dell’aria, uscita da minimum fax, ideata e curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo. Da questa antologia, che “si legge come un romanzo”, il lettore capisce che il racconto è un genere di scrittura forse ancora più elastico del romanzo, perché un racconto può essere letto come il capitolo di un romanzo che non c’è e non è necessario che ci sia, ma può anche presentarsi come un romanzo condensato in poche battute. E d’altra parte una raccolta antologica di racconti, anche di molti e diversi autori (ben venti), come in questo caso, può nel suo insieme sembrare una specie di romanzo, fa l’affetto di un romanzo informale e aperto, di un cantiere narrativo in piena attività, di un esperimento di rappresentazione insieme frammentata e globale.
Da Bangkok a Gatwick
Parecchi autori si somigliano fra loro, sembra che lavorino nella stessa direzione con ambizioni analoghe. In sostanza, cercano la lingua più adatta per raccontare il presente. La priorità è questa. Se si vuole raccontare, almeno cominciare a raccontare, bisogna prima trovare il “come” e poi il “che cosa”. Quando lo strumento, cioè il ritmo, la voce, il tono, il lessico, le immagini, il punto di vista e il movimento sono collaudati, allora il problema del che cosa raccontare è già risolto a metà. Lo strumento di lavoro crea in parte l’oggetto su cui lavorare. Il linguaggio inventa la materia della storia, se non la storia stessa.
E’ verissimo. Ma è appunto solo una metà del lavoro. Molti autori si dimostrano ormai particolarmente bravi nel risolvere il problema del linguaggio. Si sta anzi formando (potrebbe essere un rischio) una koinè estetica, uno stile comune. E’ una cosa che si capisce fin dalle prime battute. Il lettore riceve subito una scossa, entra nella materia, vede e sente che “ci siamo”, quello è precisamente il mondo di oggi e chi parla è un ventenne o trentenne di oggi: un nuovo “straniero” nel mondo, del tutto “figlio” di quel mondo. Grazie a quella lingua e a quella voce narrante si può andare lontano, più o meno dovunque. E questo è eccitante. E’ proprio il tipo di eccitazione che segnala la corrispondenza, l’accordo, il patto, la sintonia realizzata fra chi scrive e chi legge.
Per scrivere un buon racconto, può bastare questo. Una o due persone, un uomo e una donna giovani, affamati e inappetenti di realtà, disinibiti e pieni di imprevedibili paure, studiano, cercano lavoro, lo trovano, viaggiano, entrano in qualche gabbia o prigione, una camera da letto, una cucina, un supermercato, un’azienda, un giro di pensieri ossessivi. Un racconto non è un romanzo e non ha bisogno di esserlo. E’ soprattutto uno strumento di precisione e di libertà sperimentale. Racconto o romanzo? Se il romanzo resta un problema e un feticcio, il racconto vive una vita più modesta, più sincera, più leggera e più anarchica. Si comincia e si finisce dove è necessario che avvenga. Si può lavorare sul minimo, un piccolo episodio, una sola idea. Del personaggio non è necessario sapere molto o tutto. Basta intuirlo. Avere la certezza che esiste e che non è una truffa.
Salvo qualche eccezione, “La qualità dell’aria” (titolo un po’ rarefatto) ci offre racconti leggibili, interessanti, buoni, ottimi. Inoltre, dato che in un’antologia di venti autori ogni tanto si perde la memoria e la voglia di distinguere troppo l’uno dall’altro, le differenze di stile possono sembrare dovute più alla situazione descritta che alla mente di chi scrive. La Bangkok di Tommaso Pincio non poteva che essere parodistica, demente e demenziale, un luogo fra la realtà e il suo inafferrabile contrario, mentre la Mosca di Gabriele Pedullà doveva essere quello che è, un luogo storico e post-storico, un esemplare luogo di alternative tragiche o comiche nel quale si ricomincia sempre da capo demolendo la storia precedente. Lo stesso si può dire dell’aeroporto di Gatwick descritto da Leonardo Pica Ciamarra o della Toscana davvero sinistra descritta da Elena Stancanelli, una Toscana anni Settanta torbida e pazzoide, fra industriali, terroristi di destra, omicidi enigmatici, massonerie. Ernesto Aloia sembra meno interessato al linguaggio: si concentra nella costruzione di un romanzo sintetico (poco più di trenta pagine) su come a metà degli anni Settanta un uomo senza carattere “perde la vita” (in tutti i sensi) fra prepotenza imprenditoriale e violenza brigatista. E’ un ambizioso romanzo da scrivere o la sceneggiatura di un film che potrebbe anche riuscire bene?

L’ambiente che ci rovina


Quelli citati sono i testi che somigliano meno al racconto vero e proprio e segnano i confini dell’antologia: saggio narrativo, inchiesta, sceneggiatura, gioco paradossale e parodia di una parodia. Ma sembra che la più forte caratterizzazione letteraria si concentri nei racconti dei due curatori, due pezzi virtuosistici di Nicola Lagioia e Christian Raimo, tra la performance teatrale e il micro-romanzo di formazione. Diversi altri racconti (Francesco Pacifico, Giordano Tedoldi, Andrea Piva, Mauro Covacich) appartengono alla stessa costellazione. Mentre Antonio Pascale offre una speciale variante comica del modello Bildung-monologo, una parabola perfetta della carriera morale dell’italiano che si interroga sulla reale esistenza dello Stato nella vita quotidiana del nostro paese.
Cominciare o ricominciare dall’arte del racconto, non farsi troppo ipnotizzare dal “romanzo a tutti costi”. Un’antologia come “La qualità dell’aria” contiene implicitamente questi suggerimenti. Si tratta del resto di un libro voluto e costruito dai curatori. A chi avrebbe scritto per la loro antologia dicevano: “Non credi che sia giusto trovare il modo di raccontare l’Italia come fa Bernhard con l’Austria? Di trasformare il proprio luogo e il proprio tempo in una questione di stile?”. E poi: “L’impegno: ecco un tabù sulla scrittura attuale che va sfatato. Il coinvolgimento in quello che ci accade. La responsabilità che abbiamo come cittadini, persone, semplici creature” (p. 7). I nostri giovani scrittori, come vuole Filippo La Porta, si stanno sforzando di diventare “più intelligenti”. Ma intelligenti, noi italiani, all’inizio lo siamo. Poi è l’ambiente che ci rovina.