Immaginate di trovarvi a Lampedusa e di salire a bordo di un gommone pieno di immigrati clandestini, per compiere insieme a loro un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio. Pensate quindi di intraprendere un percorso sulle tracce dei volti che appaiono – anonimi - alla televisione, per associare a quelle facce una storia, una vita, un sogno e soprattutto un motivo. Stefano Liberti, uno dei pochi giornalisti italiani che da anni seguono da vicino i movimenti migratori dall’Africa verso l’Europa, ha fatto questo, ha seguito le rotte degli harraga – i bruciatori, clandestini che danno fuoco ai loro documenti per cancellare la propria identità e rinascere in Europa - partendo dal Sahel e risalendo verso la costa occidentale africana, animato dalla necessità di capire, senza il filtro dei media europei, un fenomeno divenuto inarrestabile. E per capire veramente qualcosa, si sa, bisogna viverlo. Provarlo sulla propria pelle. Attraverso una rete di conoscenze, Liberti riesce a infilarsi nelle fitte maglie delle migrazioni clandestine, a conoscere i meccanismi, le tappe più accreditate, gli uomini chiave, i messaggi in codice, le enclavi fatte di lamiera e di fango che ospitano i migranti, gli interessi geopolitici in gioco. Entra nella storia che racconta e raccoglie testimonianze importanti che danno un’anima alle statistiche e aiutano a ricostruire il mosaico delle partenze, muovendo dall’origine del fenomeno e non dal suo - spesso drammatico – epilogo. Con competenza e umanità il reporter pone importanti quesiti sul ruolo giocato dall’Europa nel decidere chi vive e chi muore nell’Africa del XXI secolo. “A sud di Lampedusa – cinque anni sulle rotte dei migranti” di Stefano Liberti (Minimum Fax, 14 euro), è un libro interessante per cercare di capire cosa c’è al di là degli stereotipi.