Se escludi il cane, chi resta? Non è semplice parlare di un libro di Carlo D'Amicis. Lo so per esperienza. Il suo precedente romanzo, Amor Tavor (PeQuod, 2003), era uno splendido esempio di "scrittura a spirale", come mi piaceva definirla. Periodi che si avvitavano su se stessi, tornando sempre all'assunto di partenza, lasciando senza fiato il lettore, facendogli provare la stessa sensazione di asfissia del protagonista. Una lingua che già di per sé era la storia, che rendeva l'argomento ancora più forte, suscitando una partecipazione viscerale. Stavolta, D'Amicis mette la ricchezza della sua lingua a servizio di una storia altrettanto compiuta, che si distacca completamente dalla sua precedente produzione letteraria per tono e contenuti. Escluso il cane è un romanzo basato sulle dicotomie.
Il suo protagonista, l'avvocato Marcello Artiglio (i nomi dei personaggi sono l'esilarante prova della creatività di D'Amicis e – al tempo stesso – potentemente evocativi), è lacerato dal desiderio di crescere, di rendersi indipendente, di "muovere il contante" immobilizzato in alcuni investimenti compiuti senza la sua autorizzazione. Artiglio vive una vita "doppia": non è né completamente omosessuale, né totalmente eterosessuale. Lascia che la sua esistenza si trascini tra una madre vittimista, vedova, tirannica ma al tempo stesso adorabile, cui Artiglio non sa dire di no e il suo fidanzato Morgan Brandi, avvocato di successo, dalla personalità decisa (a differenza di lui, tormentato da mille dubbi di ogni sorta), cui Artiglio – allo stesso modo – non sa dire di no. La sua energia vitale, repressa in un'infinità di modi, esplode in un'incontinenza continua, di origine psicosomatica. Marcello Artiglio fa pipì ovunque, molto spesso nei pantaloni, quando non riesce a trovare una sede adatta a svuotare la vescica, cosa che gli capita assai di frequente. Ogni volta che tenta di dare una svolta alla sua vita, prendendo il coraggio a quattro mani e telefonando ad Arnaldo Spizzichini, il suo promotore è sempre occupato "a parcheggiare la macchina". E quando si decide ad affrontarlo di persona, Spizzichini lo investe con aria di superiorità: "Non è questo il momento di muovere il contante".
L'unica creatura che – sostiene l'avvocato Artiglio – gli vuole bene è il suo cane, Dolore, uno splendido husky, adottato con il fidanzato Morgan, che però non può ospitarlo in casa sua per via dell'allergia. "Escluso il cane non rimane che gente assurda", è il verso di una canzone di Rino Gaetano, cui il titolo si ispira. Escluso il cane, nessuno vuole bene a Marcello Artiglio.
"Quando Dolore, stanco e appagato, mi si accovaccia al fianco, io sento che così, senza un motivo, per una linea di consanguineità che discende dall'Altissimo, passa per l'umano e raggiunge l'animale, Dio mi vuole bene»".
Marcello Artiglio ha una personalità complessa: vorrebbe essere adulto e invece rimane, "pervicacemente figlio". Non ha mai una lira in tasca eppure ha terreni, una casa, un box che sua madre gli impedisce di vendere. Va in giro con una Taunus del 1989, che apparteneva al padre e che oramai è assolutamente inaffidabile. Quando il suo medico curante, Saverio Spirito, un uomo pio, un fervente cattolico al di sopra di ogni umana debolezza, una persona che preferirebbe tagliarsi la mano destra se questa si rendesse colpevole di uno scandalo, viene accusato di duplice omicidio (avrebbe buttato giù dalla cupola di San Pietro la moglie – Maria Serpi – che gli aveva appena chiesto il divorzio, e la loro figlia Caterina), Artiglio accetta di rappresentarlo. Il fatto di trovarsi a frequentare assai spesso Saverio Spirito distrugge la certezza di Marcello Artiglio di avere solo dubbi.
"Sa qual è la cosa più terribile? Che mentre all'inizio il buio genera terrore, a un certo punto capisci che quasi ti conviene. Che è molto meglio non vederlo, il confine tra il bene e il male. Tra noi stessi e glialtri. Tra l'innocenza e la colpa", dice l'avvocato al suo assistito, sottolineando ancora una volta la sua natura "doppia". Ma la personalità di Artiglio, in un certo senso cinica, amante delle vie di mezzo, non avrà vita facile a contatto con un uomo tanto amato nelle alte sfere del Vaticano, che sostiene di aver visto la Madonna e che agisce sempre in nome di Dio. D'Amicis ha la capacità di costruire una storia avvincente e l'abilità di scrivere dei dialoghi che sono tra le parti più interessanti del libro (altro aspetto di notevole spessore è il modo in cui D'Amicis tratteggia i personaggi: le conversazioni tra Marcello e la madre riguardo alla possibilità di vendere qualche proprietà, e tra Marcello e Arnaldo Spizzichini, sono di una comicità vigorosa) e l'ironia impregna gran parte del suo linguaggio, esaltando, di converso, le vicende tragiche.
Non meno importante della storia è il contesto storico in cui essa è inserita: il romanzo si apre sull'agonia del papa – e non è difficile capire di quale papa si tratti visto che la storia è ambientata ad aprile del 2005. Il pontefice non riesce a morire perché ha perso la fede: ormai non crede più che Dio esista e che sia pronto ad accoglierlo nell'aldilà. I tre prelati accorsi al suo capezzale, il cardinale nero, il cardinale giallo, il cardinale bianco, si affannano per trovare la soluzione a questa impasse. Una soluzione indissolubilmente legata alla vicenda di Saverio Spirito. La storia, punteggiata da varie apparizioni di Gigi Marzullo, una sorta di fil rouge nell'esistenza di Marcello Artiglio, evolve in maniera a tratti imprevedibile. E imprevedibile è esattamente l'aggettivo che userei per questo romanzo. Che è insolito, diverso – nel senso positivo del termine. Artiglio è un personaggio letterario ma potentemente umano, come solo sanno esserlo le persone che vogliono rimanere "pervicacemente figli", rifiutandosi di crescere per paura di perdere qualche parte importante di sé. E il suo cane è l'unica "appendice" che desideri davvero portare con sé.
"'Perché il suo cane si chiama Dolore?', domanda la moglie del mio medico curante quando la raggiungo sulla spiaggia. 'Perché è sempre con me'. 'Però non è il cane a voler essere sempre con lei! Mi pare piuttosto che sia lei, a voler essere sempre assieme al suo Dolore...'"
Il rapporto tra Artiglio e Dolore è la chiave del romanzo ed è un rapporto – ancora una volta – dicotomico, non solo perché contrappone l'uomo e il cane. Tanto Dolore è indipendente e fiero e – nei limiti della sua natura - assolutamente devoto al suo amico umano, quanto Artiglio è legato al passato, alla paura di cambiare, al timore di (far) soffrire.
Ma, grazie a(l) Dolore – e la maiuscola del nome proprio non deve escludere il dolore inteso in senso più ampio - anche Marcello Artiglio crescerà, suo malgrado, all'improvviso. E capirà, a sue spese, che crescere è, spesso, un processo cruento e spietato.