Immergersi nei racconti di Ernesto Aloia è un po’ come andare al luna park e lasciarsi deformare dagli specchi magici, provare un misto di panico ed ebbrezza sulle immancabili montagne russe, alternare il divertimento sfrenato a una certa sensazione di claustrofobia e goffaggine.
A differenza del luna park, però, storie come Giorni di un uomo sottile o Le notti cieche ci consegnano una realtà per niente innocua o sintetica, ma anzi più vera e insidiosa del reale: perciò state pronti a conoscere editori che giocano sulle velleità di scrittura di aspiranti narratori, coppie stanche già a quarant’anni (o anche meno), bambini più autoritari dei genitori e uomini sulle tracce del proprio passato (Chi si ricorda di Peter Szoke?, appunto).
Affidandosi a una scrittura ironica e piacevolmente vivace, che progressivamente si carica di forza e colore fino a divenire grottesca, Aloia racconta storie strampalate e improbabili, degne di un Jonathan Lethem in salsa piemontese: un letto a forma d’ostrica che diventa una trappola, un’eclissi di sole che sconvolge la mente di un uomo impeccabile. Tuttavia non è questo il suo pregio maggiore: la sua dote più grande e non comune (dettata forse da anni di modesta e silenziosa redazione al Maltese) consiste nel mettere a nudo, a volte spudoratamente e più spesso tra le righe, la solitudine, le debolezze e le vigliaccherie della nostra generazione.
Una generazione che ormai accomuna venticinquenni e cinquantenni, tutti ugualmente schiavi dei computer e dei navigatori satellitari, tutti ugualmente convinti che il tempo indebolisca anche le amicizie più robuste, che la famiglia sia la tomba dell’amore ecc. ecc. Una generazione silenziosa (le conversazioni più lunghe si registrano in macchina o tra sconosciuti) e che per sentirsi viva si piega, di regola, a una doppia vita (famiglia e amante, ruolo pubblico e inclinazioni private). Forse però, richiamando la signorina in copertina e l’ultima pagina dell’Uomo sottile, forse un sorriso ci salverà. E chi spera di più è pazzo.