Rassegna Stampa

di Vittorio Macioce Il Giornale 10 aprile 2004

Non è difficile immaginare Nicola Lagioia e Christian Raimo in un caffè di Roma. E’ una domenica pomeriggio, raccontano loro. Uno ha 31 anni, l’altro 29. Uno ha pubblicato nel 2001 Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj. Romanzo che i critici hanno definito intelligente. L’altro ha scritto due raccolte di racconti: Latte e, da poco, Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro. Vale la pena di leggerli. Li senti parlare di questa antologia con un maiale in copertina che sovrasta la città. Roma, certo. S’intravede il profilo della Tangenziale, una vecchia Cinquecento, un paio di cassonetti della spazzatura, di quelli verdi, un po’ primi anni ’90. Dovrebbe essere, la scenografia del disegno, più o meno dalle parti di via del Pigneto, subito dopo Porta Maggiore, lì dove forse inizia la periferia. O forse, semplicemente, in qualche posto tra San Lorenzo e la Casilina, il chiaroscuro non aiuta. Comunque noi pensiamoli lì, ed ascoltiamoli: “Non credi sia giusto trovare il modo di raccontare l’Italia come fa Bernhard con l’Austria? Trasformare il proprio luogo e il proprio tempo in una questione di stile?”. Le possibilità di storia – diranno poi – erano diventate times new roman sotto i nostri occhi. Ogni ombelico di scrittore era stato dimenticato per lasciare la luce nell’occhio di bue a: il fatuo e ridicolo capitalismo italiano, le bravate degli estremisti neri negli anni Settanta, la sinistra diventata un approdo tra mille altri, la pubblicità sulle prime reti private, le vocazioni ambientaliste, la volontà di potenza del pensiero occidentale, le occasioni mancate e forse mai avute nel passaggio tra prima e seconda repubblica, le linee d’ombra, i terrorismi, il precariato intellettuale, i viaggi della speranza e della disperazione, la macchina implausibile del controllo globale, lo strazio di sentirsi troppo attuali, nomadismi, etiche pass-partout, conflitti shakespeariani. Tutto questo, in sintesi, è ciò che accade nella prefazione di questa antologia: La qualità dell’aria (storie di questo tempo) (Minimum fax, pagg. 364, euro 13).
Le premesse sono chiare. Leggi i nomi degli autori. Ci trovi, oltre a Lagioia e Raimo, un pugno di nomi della casa editrice romana, come Valeria Parrella, Leonardo Pica Ciamarra, Ernesto Aloia o Francesco Pacifico e Giordano Meacci, e alcuni fuori quota: Mauro Covacich, Antonio Pascale, Tommaso Pincio, Elena Stancanelli, Emanuele Trevi. L’età media è sui trent’anni. Trevi ne ha quaranta, Paolo Cognetti ventisei. Forse qualcuno potrebbe ancora definirla una generazione. Leggi e cerchi una strada comune, il segno di uno stile, un volto che assomigli ad un pezzo d’Italia. Lo scopri, lo trovi, in qualcosa che può essere definita delusione, spaesamento, presupposti avariati, binari che all’improvviso ti portano da un’altra parte rispetto a ciò che la voce fuori campo del capostazione aveva annunciato. In poche parole, il futuro che uno avrebbe dovuto aspettarsi è andato da qualche altra parte e quello che ti sei ritrovato in mano, a te, non ti aveva considerato, o ti aveva messo nel posto sbagliato. Si chiama frustrazione, e in queste pagine ce ne è tanta. Ma gli autori hanno, con un vasto raggio di approssimazione (ormai più Trevi che Cognetti), i tuoi stessi anni, e alla fine dei conti li comprendi. Nessuno di loro parla del Muro di Berlino, ma è lì che c’è l’origine dell’equivoco, le speranze tradite. La storia doveva finire e invece ha cominciato a sfarfallare come l’atomo di uranio impoverito, come se il passato, crollato il Muro, si riversasse in avanti, con i suoi vecchi luoghi caldi – Sarajevo, l’Afghanistan – e le guerre, e le marce della pace, e l’Onu che quando serve non funziona. Dopo il Novecento non avrebbe dovuto esserci un secolo più tranquillo? E com’è che allora dalla paura della Grande Bomba, quella che in fondo allineava la politica estera di Usa e Urss, ci siamo ritrovati con il terrore delle tante bombe? Qualcosa non ha funzionato. Ciò che si percepisce nella Qualità dell’aria è il racconto di questa disfunzione, anche se non si parla di geopolitica. Ma non fa nulla perché il dominus è l’incertezza. Il non averci, ad un certo punto, capito più nulla rispetto alle premesse. Se siamo stati adolescenti o bambini negli anni ’80, quando tutto sembrava possibile, dai consumi senza rimorsi alla rivoluzione ludica, artistica, tecnologica dei videogame, come è possibile ritrovarsi in un call center con la laurea nascosta nel cassetto? Nessuno, tranne pochi scrittori di fantascienza, avevano previsto nulla: la clonazione (che mette in gioco identità, eternità, doppio), i replicanti biotecnologici, un erede di Pio XII al Grande Fratello, l’attualità del Tasso e dell’Ariosto, e i loro cavalieri d’oriente e d’occidente, con tanto di Gerusalemme difese o liberate, d’armi, d’amore, di maghi incantatori e d’ippogrifi che piombano dal cielo. E neppure, come racconta Valeria Parrella in Verissimo, una maestra napoletana che cerca punti supplenza tra le valli e le nebbie di Bergamo. O per chi ha creduto nella sinistra di lotta e di popolo che effetto può fare Navarro Waltz? Il racconto di Serafino Murri su una riunione di redazione di una rivista che assomiglia, anzi è, Micromega. Un salotto che sa di bustine di tè rancide e andate a male, dove perfino il manzoniano Don Ferrante manifesterebbe un certo disagio, trovando questa confraternita d’intellettuali scaduti un po’ troppo persa in disquisizioni astrologiche di maniera. E di un passato che non passa, quello narrato – a suo modo – da Ciamarra, o quello di ricordi di piombo di Raimo, Stancanelli, Aloia, Lagioia, Meacci. Con quei maledetti anni ’70 che più si allontanano e più assomigliano ad un buco nero. Tanto che ti viene da dire, se non fosse per il sangue per terra, ma quelli che hanno santificato la loro "meglio gioventù" quanto hanno bevuto?
Ecco che alla fine la "questione di stile" è risolta. Ti sei chiesto per un po’ dove fosse nascosto il canone, il comune denominatore letterario. Lo trovi in questa malinconia, che prova a ridere, ma senza illusioni. Non è molto, ma può bastare. Anche se non serve scomodare – come vorrebbero i due curatori – il livore disincantato di Arbasino o la rabbia di Bianciardi, e neppure DeLillo o Pasolini, Capote o Foster Wallace. Il rumore di fondo della Qualità dell’aria ha la cadenza di un vecchio ritornello, che gioca con una manciata di versi di Montale: solo questo oggi noi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Con il dubbio, e il terrore, che i cocci aguzzi di bottiglia, al volgere del secolo, fossero tutti per noi, figli bastardi del Novecento.