Rassegna Stampa

di Alberto Brambilla Tg5 21 ottobre 2008

Dopo molte avvisaglie, basti pensare agli interventi su “La Repubblica”, nonché a numerose introduzioni a lavori altrui, dove già si coglievano grumi e lampi destinati ad esiti di racconto, Gianni Mura è approdato al suo primo romanzo, Giallo su giallo, in cui trovano spazio (come il titolo segnala) sia il ciclismo, con il Tour de France, sia una trama poliziesca. Arriva dunque a questo volume forte di diverse esperienze, che abilmente trasfonde nel tessuto narrativo. La materia di base – ma per molti lettori sarà il pretesto - è la cronaca del Tour 2005 (che Mura aveva già scritto per “La Repubblica”), quello per intenderci che ha incoronato per la settima volta Lance Armstrong signore di Francia. Passando dal quotidiano al libro, Mura ha tentato, con successo, un’operazione di rimaneggiamento tecnicamente non semplice, mantenendo la struttura dei suoi precedenti pezzi, variando tuttavia il nome dei maggiori corridori (Amstrong è diventato Sheldon, Ivan Basso è Valli) e delle squadre, non rinunciando tuttavia ad inserti filologicamente ineccepibili (basti pensare ai ricordi di Pantani o di Hinault o di Ocaña). La corsa francese, di cui Mura è grande e minuzioso conoscitore, costituisce come il contenitore (sebbene ampio e curato nei dettagli) in cui si inserisce perfettamente, anzi, scaturisce, una robusta trama gialla con tanto di omicidi, o presunti tali che naturalmente si svelerà solamente nel finale. Nonostante questa sorta di doppia, inevitabile, velocità (cronaca della corsa e trama gialla) il testo ‘tiene’ grazie all’abilità stilistica dell’autore, che sa ben reggere i due livelli, governando una complessa macchina narrativa. Per altro Mura si conferma giornalista di molte e diverse letture, che dissemina vistosi omaggi letterari, non di rado in forma anagrammatica (basti pensare al commissario René Magrite, dunque a metà strada fra il Maigret di Simenon e il pittore belga Magritte), o in più sottili citazioni, a volte quasi in codice. A parte il nume tutelare Gianni Brera (cfr. il bellissimo ricordo-testamento di p. 178; e gli inserti dialettali affidati alla ‘spalla’ Carletto) i modelli esibiti sono dunque George Simenon e più ancora Manuel Vázquez Montalbán con l’inconfondibile investigatore e gourmet Pepe Carvalho. Come è ovvio non si tratta di meccaniche trasposizioni, ma di spunti ed allusioni affidati ora ad uno ora all’altro personaggio, oppure fusi nell’autore-protagonista, lo stesso Mura. Che nel libro recita se stesso, ed appare come giornalista innamorato della Francia, dei suoi cibi e dei suoi vini. Sono appunto tali frequenti parentesi turistiche (Mura viaggia con guide al seguito) a costituire forse l’aspetto più simpatico ed attraente della lettura; indimenticabili per esempio le divagazioni sulla baguette, oppure quelle, ancora più sofisticate, sul cassoulet. Un libro, in sintesi, davvero notevole e senz’altro una difficile scommessa, brillantemente vinta, della scrittura sportiva. Tali parole scrivevo – in veste quasi accademica, quindi noiosette e me ne iscuso – non molto tempo fa, all’uscita appunto del volume Feltrinelli. Ora ho per le mani un altro bel libro di Mura, che costituisce come l’humus, la terra primigenia da cui è sbocciato il romanzo. Esso infatti raccoglie, grazie al fine naso del curatore, Simone Barillari (vedi la Nota al testo, pp. 16-17) una selezione cospicua di scritti dedicati alla grande boucle. Ne esce un volumone rilegato di 458 pagine, non a caso dedicato a Luis Ocaña e a Luciano Pezzi, miti del ciclismo eroico che fu. Bibbia romanzata del grande ciclismo, a partire dagli “anni lontani” (1967, 1968, 1972) scendendo ai primi anni ‘novanta’ (quelli di Indurain, per intenderci), con la parentesi epico-tragica di Pantani (1997 e 1998: le pagine dedicate alla sua morte sono tra quelle più alte e più vere che mi sia capitato di leggere) per arrivare al periodo dominato da Amstrong (1999-2005), nel segno della noia e del fastidio. L’evoluzione di una corsa, come ricorda con nostalgia l’autore nelle pagine introduttive: ah quelle sale piene di fumo, con la concentrazione rotta dallo scorrere morbido delle stilografiche. Il Tour come un grande circo felliniano, luogo del sogno, dove tutto era possibile! Storie di uomini, di fatica, di sudore e di morte; storie di felicità infinita e imprevedibile. Ora le cose sono un po’ diverse, con una corsa plastificata, senza eroi, con i corridori sottoposti a continui controlli antidoping… Siamo alla morte del ciclismo? Non so, ma dalle pagine di Mura rimbalza con forza la tragica bellezza del Tour, e della douce France suo sfondo perfetto.