British e americani:
quale delle nuove leve di scrittori oggi è più gagliarda? Domanda senza
risposta. Però, nell'editoria italiana, il match sembra esistere. "Da anni vedo emergere molto più numerosi e migliori inglesi, mentre di là, dopo Lethem di cui pubblicherò l'ultimo romanzo The Fortress of Solitude, Eggers, Palaniuk, il movimento non mi pare grandissimo" dice Marco Tropea che sta per uscire con Brick Lane dell'esordiente londinese-pakistana Monica Alì favorita al "Booker Price 2003" e che ha in cantiere due nuovi romanzi di Jake Arnott e James Flint. Convinta dell'attuale superiorità inglese, stile di scrittura, meltin pot, aderenza ai temi generazionali, poi Carla Tanzi con i suoi "Fab Four" per Frassinelli: Toby Litt (Un ragazzo a pezzi, thriller a Soho, e Finding myself per il 2004) David Mitchell (Nove gradi di libertà e Sogno numero 9, in lavorazione un nuovo romanzo); Rachel Seiffert (La camera oscura, ora china su un racconto lungo); Andrew O'Hagan, scozzese (Ai nostri padri, a maggio 2004 Personality, storia di una tredicenne e del suo disperato tentativo di diventare famosa).
Quanto a Luigi Brioschi, lo scopritore italiana per Guanda dei grandi british (Doyle, Welsh, Warner, Hornby), pubblicherà del sudafricano-inglese Damon Galgut il thriller metafisico The good doctor nonchè, in questi giorni, Politics, romanzo d'esordio sexyssimo quanto "all'antica" di Adam Thirwell. Il che non significa riconoscere superiorità all'uno o all'altro, secondo Brioschi che l'anno scorso ha riportato in Italia, ormai quasi di culto, l'americano Foer di Ogni cosa è illuminata. Pur costituzionalmente "americana", editrice di quei Burned children of America, antologia di cui detiene i diritti mondiali, la minimum fax pubblica a novembre in italiano il numero 81 di Granta, la celebre rivista inglese che esplora e sceglie periodicamente i nuovi talenti anglosassoni (vedi Zadie Smith, Dan Rodhes e i nomi che qui sopra abbiamo segnalato): New British Blend sarà forse l'inizio di una collaborazione stabile con l'"istituzione" inglese e un occhio attento Oltremanica. Comunque i due editori, di ritorno dal New Yorker Festival, dicono di aver assistito a readings di "altissima qualità" (Lethem considerato un capolavoro) e si sono portati in Italia Viken Berberian, libanese americano, con The cyclist, bizzarro romanzo in cui il terrosimo si incontra con la gastronomia mediorientale e Steven Sherrill con Il Minotauro fa una pausa per la sigaretta, uomo-toro cuoco part-time in una tavola del North Carolina. Vedremo chi vince.