Rassegna Stampa

di Claudia Bonadonna RaiLibro 28 marzo 2007

La tradizione del romanzo visuale è fragile e delicata nel nostro paese. Schiacciata tra le urgenze dell'immediatezza comica e il sussiego intellettuale delle tavole d'autore. Il grafico Riccardo Falcinelli e l'attrice Marta Poggi ci raccontano il loro tentativo di giocare con gli schemi della narrazione e dell'immagine attraverso l'esperimento Cardiaferrania, prima graphic novel italiana esplicitamente tale. Tra citazioni letterarie, gusto tecnologico, riflessioni trasversali sull'identità e l'apparenza.

Storia di un incontro. Perchè un grafico che ha studiato letteratura e una attrice/scrittrice decidono di fare insieme un romanzo visivo?
Marta: Ci siamo incontrati proprio a un corso di teatro, ma in realtà tutto nasce da un interesse pregresso e condiviso per sovrapposizioni e ibridazioni tra linguaggi estetici paralleli. D'altra parte più che alla multimedialità in senso stretto, dove i linguaggi spesso convivono mantenendo la loro autonomia, siamo interessati ad un diverso obiettivo: arrivare ad un linguaggio altro, dove le due voci (quella del testo e quella delle immagini) siano risolte in un discorso unico, organico, in una sintesi che risolva e azzeri la giustapposizione e la "distanza" fra gli specifici dei due linguaggi in gioco.

E perchè proprio una graphic novel? Forse la parola non basta più? O forse la parola è troppo?
Riccardo: "Fumetto" è una definizione strettamente italiana. I francesi lo chiamano bande dessineé, gli anglosassoni lo chiamano graphic novel quando è una storia lunga, oppure comics quando è umoristico. In generale la categoria più grande è quella dei libri con testi e immagini, dentro cui inserire libri fortemente illustrati, i fumetti e tutte le variazioni possibili. Sono più corretti gli inglesi e i francesi perché usano una definizione ampia, dove invece il nostro "fumetto" fa riferimento alla nuvoletta, cioè a una caratteristica specifica (al balloon appunto). "Graphic novel" in fondo è descrittivo: romanzo grafico, romanzo visivo, romanzo fatto per immagini. Il termine inglese ha dentro tutto, dalle origini del fumetto fino ad arrivare a Cardiaferrania e a tutte le cose che si stanno facendo oggi in varie direzioni… Il problema forse è il termine italiano, perché dentro Cardia i fumetti non ci sono, cioè manca proprio la nuvoletta. Cardiaferrania è un fumetto? Se fumetto diventa una narrazione con testo e immagini allora va bene, possiamo pure dire che lo è. Ma noi preferiamo chiamarlo "romanzo visivo" perché è un termine un po’ più mobile, tiene insieme più cose. E poi perché "romanzesco" è il modo con cui il libro si fa leggere.

La graphic novel ha credito e tradizione soprattutto nei paesi di area anglofona, mentre l'Italia continua essenzialmente a rimanere il paese delle "belle lettere". Pensate che il romanzo visivo possa svilupparsi anche da noi come genere letterario?
Riccardo: Probabilmente sta già accadendo, ma il problema è sempre definitorio. "Fumetto" è nato come termine denigratorio: in Italia c’è stato di fatto un culto per le lettere alte, complice il romanticismo e l’idealismo crociano. Il fatto che il fumetto fosse "semplicemente" disegnato sembrava una cosa riduttiva. Ora non è più così, l’Italia è diventata uno dei Paesi in cui il fumetto ha avuto una delle vite migliori, in cui sono state fatte alcune tra le cose più interessanti. Noi abbiamo librerie specializzate, la gente che legge narrativa legge anche fumetti. All’estero sono molto più conservatori. In Italia poi c’è una felicissima tradizione di fumettisti "d’autore". Il che non implica una produzione necessariamente più colta e più bella del fumetto comunemente inteso: la diversità sta nell’attitudine e nelle modalità di produzione. Il fumetto popolare è "popolare" perché è un prodotto fondamentalmente industriale: da Topolino a Dylan Dog, è qualcosa che ha una scadenza settimanale o mensile, viene confezionato in grandi quantità da staff di disegnatori specializzati. Mentre il fumetto d’autore solitamente nasce, non tanto da una richiesta del mercato, quanto dal fatto che ci sono delle persone che vogliono raccontare qualcosa. Dunque, il tipo di lavoro è più concentrato; spesso e volentieri è di maggiore qualità proprio perché non deve rispettare né dei tempi né dei condizionamenti esterni.

Qualche parola sul processo creativo e costitutivo di Cardiaferrania. Come avete costruito l'equilibrio tra testo scritto e immagini?
Marta: Essenzialmente tutte le fasi del lavoro sono state gestite insieme da me e da Riccardo. Via via che il testo prendeva forma, o che le immagini e le atmosfere si definivano, ci scambiavamo i pezzi, li commentavano, li mettevamo in relazione. Io scrivevo sulle immagini e lui disegnava sui testi. Cercando sempre di eludere il rischio dell'illustratività o del didascalismo.

Riccardo: Abbiamo cominciato accumulando prove su prove, cercando idee e riferimenti da tutti i tipi di media: soprattutto il cinema, ma anche la poesia, il teatro, la narrativa del '900, l'arte contemporanea. Abbiano provato anche delle improvvisazioni teatrali per cercare la giusta espressività di Cardia nei momenti cruciali. La prima improvvisazione e le prime foto le abbiamo fatte in un bar della stazione fumando e bevendo: una recitava, l’altro disegnava e scattava foto. Nello stesso tempo una scriveva dei testi, l’altro disegnava. Poi ci scambiavamo i pezzi ispirandoci vicendevolmente l’uno al lavoro dell’altro. L’equilibrio nasce dal fatto che il libro è fatto di tante unità divisibili, scomponibili e ricomponibili. Unità di testo, di disegno, di pagina, pezzi assemblabili tra loro. Non c’è mai stato un testo compatto unico da illustrare. Il testo è nato con i disegni e viceversa. Entrambi frutto di un modo di ragionare e di creare comune e condiviso.

Quali sono state le vostre fonti di ispirazione sia dal punto di vista iconografico che letterario?
Marta: Le fonti sono parecchie. Qui però cederei alla tentazione di "rimandarvi all'ultima pagina", dove la mediagrafia rende conto dettagliatamente degli autori (letterari, di teatro, di cinema, di musica e naturalmente di opere figurative), ma prima faccio una precisazione metodologica: l'obiettivo era soprattutto quello di riuscire a far star vicini Petrarca e Cole Porter, Dumas e Pontormo. In questo senso le fonti sono quanto di più eterogeneo e di più improbabile si possa immaginare. In fondo l'unico filo conduttore che le tiene insieme è quello dei nostri personalissimi gusti e delle nostre imponderabili predilezioni. Come a dire che la scelta è stata casuale e necessaria al tempo stesso.

Cardiaferrania gioca su molti piani: è un noir, una piccola allegoria sul concetto di identità, un divertissement sull'immagine...
Marta: L'idea era di giocare con il tema dell'identità e con le sue variazioni, attingendo alle riserve dell'immaginario collettivo, dunque da libri e film di genere o meno. Fare un noir ambientato a Roma, una Roma per altro mai nominata ma sempre citata e fatta presente a forza di allusioni, ci divertiva molto. La gabbia del noir, forse il "genere" per eccellenza, ci è parsa subito un'occasione di libertà: un'entità che ci dava una struttura, ma che poteva essere raggirata e negata in ogni momento. E infatti qui il noir viene subito tradito con una scappatella verso il genere fantascientifico che appare a bruciapelo in uno dei suoi momenti topici: l'esperimento che fallisce per colpa di una mosca. Insomma è stato un gioco di copia e incolla, di rimaneggiamenti, di allusioni, di icone vere e false. Cardia nasce come un folle collage sul tema del non riconoscersi nella propria immagine.

In tutta la storia, sia concettualmente che graficamente, si respira un certo gusto "tech". Perchè?
Riccardo: Un contenuto cerca la forma e viceversa. La cosa importante di Cardiaferrania è che il libro è stato pensato al computer. Non è stato semplicemente fatto al computer (oggi tutti i libri si fanno al computer) è stato precisamente pensato al computer. Il computer ha cambiato il modo di lavorare sulle immagini e sui testi, ha cambiato il nostro modo di formulare pensieri e idee. Il computer permette un’esattezza impensabile fino a qualche decennio fa, esattezza che trova un analogo visibile nel "tech" appunto, nella freddezza programmatica. È una scelta stilistica come un gioco di scatole cinesi.
Tautologicamente Cardia vive in una realtà che è allegoria del modo di funzionare del computer, una realtà fredda come freddo è il computer per chi lo guarda con nostalgie romanticheggianti. Ma il computer ha permesso agli artisti che oggi ne fanno uso non tanto di ordinare e catalogare quanto di introdurre nella composizione la felicità del caso: la realtà sub specie random, potenziando le possibilità di chi, come noi, persegue le fascinazioni del collage. Collage in senso allargato: di testi, di figure, di citazioni, di pittura, d’architettura, di teatro e grafica. Tutto tenuto insieme dalla colla virtuale del Cut&Paste.