Rassegna Stampa

di Stefano Ciavatta Pickwick.it 15 giugno 2004

Un uomo che rotola mostra tutte le sue facce. E non è detto che alla fine si sia mosso di un centimetro. E’ stata questa la poderosa reazione anni ‘50 all’egemonia del vitalismo di Hemingway e dei suoi epigoni, come Steinbeck. Sulle barricate americane, trattenendo i pugni dallo gettare con entusiasmo i dadi della vita, è accorso anche John Barth, scrivendo in un anno l’accoppiata d’esordio The Floating Opera & The End of the Road, quest’ultimo nei mesi scorsi preziosamente richiamato alle stampe da Minimum Fax (John Barth, La fine della strada, prefazione di Simone Barillari, Minimum Fax, pp. 275, euro 10.00).
Vitalismo non vuol dire incoscienza di sé, “Hemingway è tutt’altro che un primitivo” puntualizzava Silvio D’Arzo nella sua Contea Inglese. Ma l’alchimia prodotta, ovvero il fatto che gli impetuosi quanto calibrati personaggi dell’autore di Avere, non avere riuscissero a vivere le azioni che compivano, che non si raccontassero ma vivessero, sembrava non accendere più entusiasmi incondizionati. Così a John Barth non parve vero di scoprire l’esistenza di uno scrittore come Italo Svevo, a cui chiese l’imprimatur per la creazione di questo “vaudeville nero”, gemello dell’Opera Galleggiante (la definizione è di Enzo Golino in nota alla precedente edizione Rizzoli). Pure Jack Kerouac, fin dall’esordio con On the Road, si trovò coinvolto nella deriva dall’impeto stilistico di Hemingway, senza approdare alle sponde metanarrative raggiunte da Barth.
La trama della Fine della strada è semplice. Tutto ruota intorno a un triangolo amoroso partorito dal caos di un uomo senza identità, un insegnante affetto da crisi di immobilità, alias Jacob Corner, e dall’idiozia premeditata di Joe Morgan, una sorta di “boyscout adulto”, un perfetto imbecille votato alla dea ragione. Nel mezzo, a sfibrarsi, Rennie, la moglie di Joe, l’eden patriarcale, dal goffo candore e la nervosa salute, destinato ad andare in frantumi. Horner è assillato dalle infinite possibilità della vita, tutte già esaurite in partenza, ognuna opportunisticamente ammaliante come una scusa trovata all’istante.
Ma lo è anche lo scrittore: lo rammentava Golino, lo ripropone Barillari, Barth è stato un lettore maniacale di classici ma soprattutto di storie. Allora Horner si trasforma nel demolitore del mito per eccellenza della storia americana: la Frontiera con i suoi commessi viaggiatori così come pure i looser che vivono sul filo del rasoio, il mito insomma, della continua disponibilità a prendere di petto la vita e al volo le occasioni. Se laggiù la fuga aveva bisogno di un entusiasmo incosciente, la crisi necessita dell’immotivata stasi, insensata perché qui, nella Fine della strada la scelta, qualsiasi scelta “impoverisce arbitrariamente la Vita”. Non è una liberazione scegliere, ma un rimandare un conto che non si sa dove verrà saldato.
La demolizione del triangolo (e quindi della storia), disattendendo, deridendo, demistificando la figura geometrica della perfezione, intacca anche la scrittura.
Lo stile è asciutto ma la cosa non inganni. Il testo, incalzato dall’assedio della logica (quella logica che vuole passare ai raggi x i fatti e che finisce a volte per perdere di vista i muscoli), non porta a compimento le varie forme a cui pure si appella. La storia elude infatti il trattato filosofico, perché il resoconto si fa claudicante e denuncia se stesso ammettendo le falle fin dall’esposizione. E non assume neanche i contorni dell’apologo, perché non ha nulla di eroico, come invece accade per lo stoico silenzio (“preferirei di no”) dello scrivano Bartebly, testo dal conio ottocentesco e vizio novecentesco di Herman Melville, antenato prestigioso di Barth, che tanto sedusse e non a caso, Borges, Beckett, Calvino e Perec.
Niente di tutto questo accade, e allora la storia finisce per diventare una parodia del realismo.
Eppure, mentre sopra imperano nevrotiche false partenze, sotto traccia riescono a passare dispute quasi teologiche, questioni epocali. Capita che tra tanto affollarsi di pensieri, di tira e molla, si riesca ancora a schiacciare la grazia dei chicchi d’uva sotto il ruvido palato, come scriveva un poeta.
Forse perché nella Fine della Strada non c’è ancora quel sentimento di nostalgia proprio per quella soglia stessa, per il ciglio, che caratterizzerà gli epigoni, a noi più stretti contemporanei.