Rassegna Stampa

di Filippo La Porta Avvenimenti 20 maggio 2004

Raccontare l’Italia, «trasformare il proprio luogo e il proprio tempo in una questione di stile». L’ambizione dell’antologia La qualità dell’aria non era da poco. E, benché non si rinunci a espressioni un po retoriche come «l’etica della forma» (nobilmente sospirosa), si tratta di un tema decisivo, per la nostra letteratura ma anche per la capacità della società italiana di rappresentare se stessa.
Direi che, con qualche sbavatura, i 19 “pezzi” sembrano quasi tutti all’altezza della sfida. E aggiungo però che la narratività viene spesso sacrificata a una certa spettacolarità, a una sapiente costruzione teatrale in previsione - forse - di letture pubbliche. Ma qual é lo stile della nostra epoca?
Naturalmente innumerevoli sono modalità e contenuti narrativi , però si può parlare di uno stile unitario, insieme svagato e inquieto, spaesato e come attraversato da un nichilismo incerto sul proprio stato (ilare?malinconico?tragico?indifferente?).
Cito almeno i racconti di Giordano Teodoldi, Valeria Parrella e Mauro Covacich, oltre al graphic novel di Falcinelli & Poggi, visionario ed elegante. Poi Paolo Cognetti, che si inventa non solo un bel personaggio femminile di pubblicitaria vincente e autoironica ma anche un giusto tono narrativo, al tempo stesso intimo e distaccato. Poi ancora Antonio Pascale, con il suo ritratto di provinciale del Sud divenuto impiegato statale a Roma (il dialogo padre-figlio intorno al non parcheggiare la moto sul marciapiede é uno straordinario spot in favore della legalità). Ma vorrei soffermarmi sui racconti dei due curatori (Christian Raimo e Nicola Lagioia), probabilmente i più significativi e i più vicini, perfino didascalicamente, al tema dell’antologia. Entrambi ruotano intorno alla questione della realtà (della sua consistenza gassosa, del suo fatale dissolversi) e alla questione dei sentimenti, della capacità di provare emozioni (che siano in grado di turbarci davvero, di modificarci). In “Magari no” Raimo ci mostra una coppia che attraversa in auto un confine, fra tensioni implose e vari feticci d’epoca (Rino Gaetano). Lui, con una “attenzione adrenalinica “ dichiara subito la «scarsa benevolenza che ho nei confronti della realtà», mentre il colore del cielo gli ricorda «lo sfondo bianco di word». Ma alla fine confessa: «Alle volte non vorrei essere un uomo, nessun tipo di animale senziente».
Anche per Lagioia, che in “Millenovecentonovantadue” ci racconta di meridionali a Roma iscritti a giurisprudenza (e di un rapporto di coppia), il mondo «non riusciva a stare in piedi». E poi una volta si scopre a piangere vedendo un film di Disney («Provavamo dei sentimenti, dunque»).
Ma la conclusione del racconto più bello dell’antologia é un’ utopia al contempo raggelante e luminosa - non troppo distante da quella suggestione di Raimo - di un’Italia felice senza i suoi abitanti, di un paese ideale dove «erano le cose a dialogare tra loro dentro una pace olimpica».
Torniamo allo stile proprio di un tempo e di un luogo. E’ vero, non si danno più grandi passioni o esperienze radicali che possano turbarci sul serio o lasciare traccia su di noi: questi personaggi sono sfiorati dalle cose, attraversano continuamente e liberamente i confini, osservano un mondo in frantumi, si affidano all’attimo fuggente, irriflesso.
In Raimo non c’é dolore, conflitto, profondità, ma per la ragione che tutte queste cose nell’universo che ritrae non saprebbero dove trovare posto: «Invece no, vero?».
Mentre in Lagioia la superficie opaca del mondo viene bucata da un sentimento lancinante, in cui l’unica immagine di felicità possibile deve fare a meno degli umani. L’apocalisse si traduce direttamente in utopia. Ne migliorerà la qualità dell’aria? Il seguito alla prossima antologia.