Rassegna Stampa

di Andrea Carraro Stilos 17 settembre 2007

C’è una sottile vena di assurdità e di follia nei racconti di Carola Susani contenuti nella raccolta Pecore vive (Minimum Fax): un libro intenso di cui si è colpevolmente parlato poco. Del resto non mi meraviglia. La Susani non scandalizza, non recita, non enfatizza, non partecipa ad alcun balletto mediatico… Diciamo anche un’altra cosa: la scrittrice vicentina non c’entra molto con la linea dominante nella collana nichel della Minimum Fax, americanofila e vagamente formalistica. La scrittrice di Pecore vive ha al contrario un tratto forte di scrittura, decisamente “italiano”, non insegue remoti modelli letterari. Ha cose urgenti da riferire su di sé e sul mondo, che le appare capriccioso se non cattivo. Uno di questi racconti, “Pecore vive” – forse il migliore – ci fa entrare nella testa e nella pelle di una donna ammalata di cancro al polmone. I suoi comportamenti stanno sempre a cavallo fra la normalità e l’assurdo. Desidera ardentemente e ottiene una parrucca per nascondere la calvizie incipiente indotta dalla chemio, avverte l’imbarazzo che suscita negli altri – anche nei suoi familiari più stretti – la sua condizione. Quelli che non la scansano infastiditi, le fanno comunque rabbia perché sono del tutto incapaci di dimostrarle amore. Ma in generale l’amore è un sentimento che sembra bandito dagli orizzonti morali e direi antropologici di questi personaggi. Il mondo e la natura appaiono loro tristi, mutevoli e inospitali. Pure, non c’è traccia di patetismo né di vittimismo in questi personaggi femminili. La donna ammalata di cancro non ha tempo per indugiare sul proprio decadimento e per commiserare se stessa: ella combatte la sua quotidiana battaglia si direbbe con una ostinata pazienza, mentre tutto le crolla attorno. Si attacca come una ventosa al sesso di un portantino e lo sugge finché non esce dello sperma giallognolo simile all’orina, e non si sa perché lo faccia, forse per un attaccamento ultimo alla vita, forse per allontanare il vuoto. Poi prova ad abbracciarlo e lui la scansa. Questa è una delle scene più forti e stranianti del libro. La malata, che stia a casa o in ospedale, procura fastidio a sé e agli altri. Lei stessa è incapace di sentimenti virtuosi: osserva suo marito e soffre della sua buona salute e del fatto che è vivo. I segni del male le sono sempre presenti e le si mostrano impietosamente: “Mangiare mi era diventato più difficile, bastava un pezzo di pane a contatto con le mucose e cominciavo a vomitare. Perdevo peso. La mattina mio marito usciva piano dal letto, per non disturbarmi. Fingeva, lo sapeva benissimo che non dormivo: ma almeno la mattina non voleva parlare con me. Mi era venuta una cadenza lamentosa”. La donna dell’ultimo racconto, “Il viaggiatore”, salva un infartuato, ma non lo fa per virtù, per essere socialmente utile, esegue solo una liturgia determinata dalle sue ossessioni e dal suo senso di colpa. La ragazza che insegue e spia giorno e notte il suo professore-amante cede a un segreto rituale e non si pone certo il problema del male che può fare agli altri. Una sotterranea, costante e inconsapevole cattiveria presiede alle azioni e ai pensieri degli uomini. Marco Lodoli nel risvolto di copertina parla di “libro bellissimo” e dell’autrice che “si dimostra ancora una volta una grande scrittrice”. Beh, una cosa è certa: questo è un libro forte, che non si dimentica facilmente perché ci racconta il disordine del mondo e della vita con onestà, senza abbellimenti e infingimenti. Nel particolare tipo di realismo di Carola Susani ci senti dentro la lezione di Cechov ma anche quella di Carver. Il mondo è convulso e difficile, la natura spesso ostile, dovunque affiorano i simboli di una decadenza e di una frustrazione. Il frutto della vita è passato dall’acerbità alla eccessiva maturazione senza che ce ne accorgessimo, senza soluzione di continuità. Eppure, nonostante tutto, la vita va avanti, supera gli ostacoli e lascia il lettore sospeso a un tenue filo di speranza. Ma è una speranza legata puramente al caso, e se un ordine trascendente c’è, è quello, laicissimo, dell’arte, della scrittura che talvolta riesce a consolare in grazia della sua interiore necessità. C’è una strana forza stilistica, tutta femminile, nelle pagine della Susani che si traduce in pietas per i suoi personaggi e per il mondo imperfetto che abitano.