Rassegna Stampa

di Armando Adolgiso Adolgiso.it 16 maggio 2007

Felice scelta dell'Editrice minimum fax quella di pubblicare L'allegra fattoria, libro originale per genere e contenuti.
Questo volume può imbarazzare chi è afflitto da mania classificatoria, per fortuna quella disgrazia non mi ha colpito e, quindi, pur apprezzando il dibattito semantico che quelle pagine possono suscitare, me le sono godute, e v'invito a farlo, con gioia dello sguardo e della mente liberi dalle angosce che attanagliano i critici di professione.
Si tratta di sette racconti svolti attraverso tavole illustrate da segni corvini e fangosi con testo fulminante e onomatopeico.
Fumetto?... Fotoromanzo?... Graphic novel?... Ve l'ho già detto, la cosa non m'appassiona troppo. Anche perché quella fattoria è tutte le tre cose, ma pure altro ancora.
Si tratta di narrazioni verbovisive che appartengono, contemporaneamente, alla scrittura e all'immagine. Vi basta? Sennò, andate da un critico. Quello vi darà soddisfazione trattenendovi a lungo e facendoveli a pezzettini senza nemmeno l'anestesia locale.
Gli autori sono Riccardo Falcinelli e Marta Poggi che già firmarono un'altra, riuscitissima, prova: Cardiaferrania. Dispongono di un sito in Rete dalla grafica, ça va sans dire, avvincente, e anche ricco di contenuti teorici sul loro procedere.
L'allegra fattoria, come ogni fattoria, è piena di bestie che, però, qui non si muovono tra i campi, ma in ambienti metropolitani, rischiando di brutto perché convivono con gli umani feroci.
Marta e Riccardo mettono così in scena un comte pilosophique in sette episodi (splendido su tutti "La zoccola si sposa"), ciascuno dotato di una propria autonomia narrativa, legati fra loro dallo scenario apocalittico di quel Sacro Romano Emporio di marca dickiana nel quale ai nostri giorni turbinano l'uomo e la merce, la memoria e la presenza, l'incontro e lo scacco.
Ai due autori ho rivolto una domanda.
I fumetti hanno affrontato anche temi scabrosissimi. Penso, ad esempio, ad Art Spiegelman che con il suo Maus, vincitore di un Pulitzer, raccontò l'Olocausto come una storia di gatti e topi finiti scannati in un posto chiamato Mauschwitz. Suscitò un putiferio. Insomma, come la pensate sul politically correct? Ha qualche ragione d'esistere? E' una forma di censura?
A parte gli eccessi grotteschi, perfino il politically correct può avere dei pregi: a suo modo è una rete di salvataggio, una sorta di grado zero garantito della convivenza civile.
Farne, però, una camicia di forza in ambito artistico è semplicemente ridicolo. Bisogna capirsi: c'è del buono se la si considera come regola di civiltà, c'è del cattivo se diventa limite creativo ed espressivo, c'è poi addirittura del pessimo quando ci sottrae del tutto delle parole o degli argomenti e li rende tabù, senza capire che così li si lascia semplicemente in mano a chi ne fa l'uso peggiore.
Insomma, come per tutte le regole, ci vuole un'interpretazione per poterne fare uso senza abuso: quello che però in nessun caso può diventare legittimamente è una regoletta facile, una serie di clichè o un limite a priori.