Senza por tempo in mezzo, e senza mezze misure, il libro di D’Amicis è una scoperta. Vera. Uno stile
scoppiettante che non lascia tregua, un respiro largo e ritmato di scrittura che solleva ed eleva, una leggerezza
che traina e porta a casa la storia di un tempo, di una generazione, di un’era italiana passata, le cui conseguenze
si stagliano pesanti sull’Italia di questi anni. La vicenda si svolge nel paese di Torrematta, località fittizia del
Salento, nel pieno degli anni Settanta, come ci dice nelle prime pagine l’eroe principale, quell’Angelo Conteduca
attraverso gli occhi e la voce del quale assisteremo all’intero dipanarsi dei fatti. Soprannominato Francisco
Marinho per via della supposta somiglianza con l’allora famosissimo giocatore di calcio, e, per derivazione
fonetica ma soprattutto per definizione caratteriale, detto anche il Maligno. Tutti i personaggi hanno un nome e,
soprattutto un soprannome, in questa storia. La loro identità è prima di tutto inscritta nel nomignolo, segno
inequivocabile che tratteggia in una sola breve e incisiva pennellata la loro storia, il loro aspetto fisico, la loro
appartenenza. Perché, nella guerra di D’Amicis, l’appartenenza è tutto.
In quegli anni o si è signori o si è cafoni. In quel luogo di vacanza si espletano tutti i conflitti di una separazione
fra classi che altro non è che il riflesso della società di allora, lontana dalla barbarie della metamorfosi che tanto
efficacemente Baricco ha illustrato nel suo recente pamphlet, emblema della modernità. Lontana ma sull’orlo del
cambiamento.
D’Amicis, attraverso la guerra fra i suoi adolescenti schierati per nascita, descrive l’abisso incombente ed
epocale che ci ha portati dove siamo, quell’attimo esatto in cui i cafoni si appropriano degli strumenti dei signori,
in cui le carte si mescolano spareggiando i mazzi. Il punto esatto in cui il “cafone” comincia ad ordinare
l’aperitivo al bar “come se il suo problema (nel giro di un’estate, di un battito di ciglia della Storia, di una
rotazione del sole intorno all’asse terrestre) non fosse più togliersi la fame, ma farsela venire”.
Tutto, nel libro, rispetta la logica dei tempi, e chi quei tempi ha vissuto, da bambino o adolescente appunto, ne
ritrova caratteristiche ed idiosincrasie perfettamente riproposte. La banda dei signori, capitanata dal Maligno,
scende a Torrematta, al mare, ogni estate dalle città. I cafoni, a Torrematta, ci abitano tutto l’anno, esclusi da
quella civiltà dei consumi e del benessere che è loro preclusa per destino immutabile, per nascita, appunto. E
l’odio d’una fazione per l’altra, la guerra, serve a che le cose rimangano così come sono, a mettere i paletti, a
stabilire il privilegio del più forte. Ai signori, serve per affermare la supremazia guadagnata col denaro. Ai
cafoni, è necessaria per sancire il dominio del territorio, per allontanare l’invasore.
Nel racconto tuttavia si fa più chiara la progressiva inutilità ad opporsi al cambiamento, al fallimento strutturale
di una divisione così netta fra due poli, alla fine non così distanti. Si delinea man mano quel divario fittizio fra
due schiere di poveri, fra quella classe media illusa da un benessere passeggero e labile e la sua controparte già
pronta ad appropriarsi di beni non così inaccessibili, ché il consumismo deve necessariamente chiamare a sé il maggior numero di possibili acquirenti.
Naturalmente, si tratta anche della guerra di passaggio verso l’età adulta, degli ultimi fuochi di ribellione alla
crescita, della resistenza a diventare i propri padri perdendo per strada il sogno d’essere diversi. L’ultimo
capitolo della saga è illuminante in questo senso, un triste resoconto del com’è andata a finire, con lo stile dei
titoli di coda di alcuni film in cui brevi frasi scritte sullo schermo ci dicono cos’è stato dei vari personaggi dopo gli
eventi della narrazione. Degli eserciti di Torrematta, non si salva nessuno. Men che meno i capi e i generali, di
una fazione e dell’altra. Tutti prigionieri di destini conformi, e mediocri. Come mediocre sembra essere il
presente, e il futuro che si intravvede, delle generazioni adulte del nostro tempo.
(www.fucinemute.com)