James Brown ha scritto la sua autobiografia come fosse un grande leader, o come uno di quei preti carismatici e musicali che rappresentò nel suo impareggiabile cameo in The Blues Brothers. Nella sua autobiografia I Feel Good, che ho avuto la fortuna di tradurre, James predica su ogni argomento, nascondendo una profonda esperienza dietro a immagini ingenue e all-american. «Fermiamoci un attimo a dare un'occhiata dall'alto», scrive in un capitolo per dirimere una volta per tutte la questione razziale, «al problema più generale delle razze oggi in America. Ecco come la vedo. Prendete la Ford, la casa di macchine. E un esempio. La Taurus è una Ford. La Thunderbird è una Ford. La Scorpio è una Ford. Sono diverse, ma tutte e tre sono Ford. Il multiculturalismo americano è come la Ford, solo che invece che le macchine noi abbiamo ogni sorta di razza...» Il suo sogno era realizzarsi in America come un vero americano, in un certo senso come un bianco. Michael Jackson è un altro che ci ha provato. Sbiancandosi letteralmente. James Brown, invece, più apriva bocca più era nero, più si faceva vedere in giro con i presidenti repubblicani suoi amici, più pareva un comico personaggio di un Minstrel Show, un nigger con i labbroni e gli occhi bianchissimi in mezzo a una faccia rotonda, tesa ed espressiva. I democratici lo criticavano per essersi venduto ai potenti repubblicani. I repubblicani diffidavano di lui perché era nero. Ma Brown ci teneva a realizzarsi, ad essere accettato dai bianchi. «Era questa la chiave. Orgoglio e dignità». Il movimento per i diritti civili, con cui aveva cominciato a camminare negli anni Sessanta, era in mano alle fazioni più militanti che facevano «chiacchiere da consiglio di guerra» e volevano la legge del taglione contro i bianchi, «io ero più per l'idea di far avere alla nostra gente una fetta di quella dolcissima torta di mele americana chiamata successo. Volevo che ci facessero entrare, non che ci sbattessero fuori». Per questo andava fiero delle sue amicizie con i repubblicani. Nel libro si spinge fino a spiegare come aveva tentato di far svoltare la carriera del politico Humphrey: «Mi voltai a guardarlo, eravamo insieme sul palco, e dissi che l'avrei appoggiato senz'altro se prometteva lì e adesso dì aiutare i neri d'America a salire di un gradino nella scala sociale e negli affari, a ottenere l'opportunità di aprire dei propri motel, ristoranti, negozi, concessionarie d'auto: tutte quelle cose che ci erano state negate tanto a lungo per il colore della nostra pelle. Gli Stati Uniti non andavano cambiati, bisognava solo far entrare i neri nei piani alti del capitalismo».
Ma né ai neri in genere, né a lui, veniva mai permesso fino in fondo. Questa costante delegittimazione nel suo caso rendeva impossibile capire se fosse un genio o meno. Non era un poeta laureato, insomma. E il suo libro si nutre di questo disperato malinteso: era l'America a dover scrivere la sua biografia, ma l'America non voleva e allora doveva mettercisi lui, e chiarire punto per punto, con dolce immodestia, il proprio ruolo. Per il lettore, un rompicapo. Per il traduttore, me, perfino peggio: difficile capire con quali sfumature di follia, profondità, visione, megalomania, vittimismo, genio, tradurre passi come il seguente (il giorno dopo la morte di Martin Luther King, Jr.): «Chiaramente, solo qualcuno che si era guadagnato un certo rispetto dalla comunità nera poteva essere in grado di cavarsela in questa situazione. (...) Finalmente riuscii a raggiungere la folla, e in un discorso che venne trasmesso in diretta tv dal Municipio, implorai la gente di pensare seriamente al messaggio lasciato da Dr. King... sentii che non stavo parlando solamente a un colore o a una razza, ma all'umanità... Gli scontri cessarono, nelle strade fu lentamente ristabilito l'ordine. La cosa mi fece sentire veramente bene». Purtroppo, secondo James, Cia e Fbi «ragionarono più o meno in questo modo: se può fermare una sommossa con tanta facilità, potrebbe provocarne una con la stessa facilità». In sostanza, la questione razziale passava tutta per le decisioni di James Brown. Solo che nessuno voleva ammetterlo. Così, appena si presentò con il fucile a una riunione della casa discografica, ne approfittarono per coprirlo di ridicolo e sbatterlo in gattabuia. Eppure lui aveva salvato il mondo.