Rassegna Stampa

di Claudia Bonadonna RaiLibro.it 17 ottobre 2006

“Trasformare il proprio luogo e il proprio tempo in una questione di stile”. Volano altissimi Christian Raimo e Nicola Lagioia nel raccontare il progetto di un’antologia che si allinea, ultima solo in ordine di tempo, alle moltissime esplose di recente e con rinnovata mania sul mercato editoriale italiano. Ma qui, si diceva, l’intento è nobile: “Declinare le ansie sociali in uno stile forte, riconoscibile. Non gli scrittori che fanno i giornalisti, gli opinionisti, le persone sensibili… Ma l’etica della forma”. Scrivono i due trentenni nell’introduzione al volume della necessità kantianamente ineludibile di riappropriarsi di un presente eccezionale e trascurato, il cui narrato, o meglio la cui trasfigurazione simbolica è ormai palesemente delegata all’immaginario televisivo, che sia il teatrino politicamente scorretto dei telegiornali o le semplificazioni fantastiche della fiction di massa. “Hai presente invece la rabbia di Bianciardi? Il livore disincantato di Arbasino? L’intensità quasi fisica di Fenoglio?”. E via di rilancio in rilancio. “Pasolini”. “DeLillo”. “Sebald”. “Houellebecq”. “Marías” (be’, nessuno è perfetto!). “Foster Wallace”. “Capote”.
Così un maiale apparve alle porte di Roma. Già, un suino roseo e gioiosamente, meravigliosamente enorme. Grande come le porte stesse di Roma. Anzi no, grande come Roma, centro e periferia. La gente, angosciata dal caro vita e dai parcheggi a pagamento, si dibatte tra speranza e presagi di sventura. “Temo il maiale nonostante ne apprezzi i prosciutti”, conclude un saggio conciliatore tra le opposte fazioni. La graphic novel di Riccardo Falcinelli e Marta Poggi - in elegante bianco e nero post-tecnologico - mette in scena un modo nuovo di immaginare le cose. Surreale, certo (il tenero faccione del porco che incombe sulla Tangenziale), ironico, colto in modo dissimulato (la peste di Camus, i ratti di Spiegelman), sfuggente, persino, nel finale aperto tutto ombre, paline dell’autobus e fasce blu. Ci si potrebbe chiedere che cosa è diventata la Capitale se non un percorso a ostacoli ingolfato di cemento e macchine. Ci si potrebbe indignare per questo monumento alla nostra laidezza che si incarna nel grasso spugnoso dell’animale ma continua a emanare una certa subdola carineria. Più appropriatamente ci si deve interrogare sulla scelta narrativa di un mezzo espressivo che, coniugando serialità autoriale (il fumetto) e fantasia, citando e deridendo (anche la sacra necessità dell’antologia?), costringendo lo sguardo verso un protagonista improbabile, ci inchioda all’incertezza (non solo culturale) di questi tempi postmoderni. Anzi, per dirla con Tommaso Ottonieri, postremi. Forse persino postumi.
Storie del nostro tempo, dunque. Da sversare e dileggiare a piacimento lungo il crinale di un mondo che non c’è più, quello in cui tutti - autori compresi - sono cresciuti: il mondo ovattato e plasticoso degli anni Ottanta, confortato da cartoni animati e merendine, da consumismo gonfiato e dalla promessa di un futuro in espansione contro cui invece il crollo delle torri gemelle (immortalato dal racconto di Andrea Piva, che non a caso si svolge in un supermercato) ha potuto molto più della depressione da dopo new economy. Ecco allora il senso sempre presente di spaesamento che tanto seduce la letteratura contemporanea tutta; i narratori di casa nostra lo declinano secondo l’ottica minore che ci è propria: quadri piccoli piccoli che fanno collidere l’universale nel particolare.
La corsa del maratoneta Covacich intorno a Pordenone, Città bambina, diventa ritratto di desolazione postindustriale (quella che assiste al declino delle grandi fabbriche - la Fiat è la grande assente di queste storie - in favore delle gettonatissime medie imprese a fortunosa conduzione familiare). Il suo respiro sempre più affannato è il nostro respiro, il suo sguardo sempre più consapevole è il nostro sguardo, il suo sgomento l’orrida certezza del nordest che avanza dentro tutti noi.
La supplente salentina in trasferta a Bergamo descritta da Valeria Parrella in Verissimo (uno dei racconti più concettualmente letterari della raccolta, ad onta della prosaicità dell’argomento e dell’ancor più prosaico finale) diventa l’emblema di due Italie che non si parlano, che semplicemente non condividono la stessa grammatica di vita: “Bambini molto intelligenti, seguiti bene, stimolati, però non riuscivano a credere che noi eravamo la stessa specie vivente dei loro genitori e dei loro parenti. Proprio non ce la facevano a pensare che ci potesse essere una donna al mondo che fa la maestra”.
E se Tommaso Pincio gioca senza essere Foster Wallace sui rapporti logaritmici tra realtà e alterazione (dimostrando che l’unica distanza tra invenzione narrativa e artificio della commissione è il talento di chi scrive), Antonio Pascale e Serafino Murri ambiscono a rappresentare i massimi sistemi. Novello Guicciardini, il primo si reinventa in “Io sarò Stato?” irredento impiegato della Pubblica Amministrazione che, sfumati gli “astratti furori” di gioventù in buona volontà liberale, combatte i mali della burocrazia e della politica nostrane con impossibile buon senso. Molta autoironia campana a stemperare qualche considerazione dal sapore epocale: “Se all’empirismo quotidiano si è sostituita la teoria sui fatti, e tutto ciò causa un eccesso di interpretazioni, ognuna valida e vera al pari delle altre, questo vuol dire che il legislatore deve dare credito a tutte le ipotesi. Ma è un circolo vizioso, le leggi si svilupperanno per successivi rattoppi, diciamo così, materni. Aggiunte di nuovi commi, continue interpretazioni autentiche. E’ un processo postmoderno, la verità non esiste, conta solo l’intreccio e la scomposizione delle forze in vettori”.
Navarro waltz è invece l’esilarante e impietoso esperimento di satira sociale in cui si cimenta il critico cinematografico Serafino Murri. Più incerto e deferente del solito, saldamente ancorato ai gradini più bassi della scala del radicalismo chic, il suo alter ego letterario immagina di partecipare alla riunione di redazione di una rivista che somiglia troppo a Micromega: grandi proclami, idee sghembe sui modi di recuperare un contatto con una realtà imbecerita e sfuggente, ricerca di nuovi idoli cui delegare la divulgazione della causa (Jovanotti? Il Papa??). Alloggiati in un angolo del maestoso salone nella casa lussuosa e centralissima del direttore rivoluzionario, Pasolini e Ungari giocano a carte e bevono mezzo litro di rosso da osteria. Di quando in quando porgono l’orecchio al dibattito che incalza appassionato. A tratti trasaliscono, a volte ridono sornioni. Par quasi di vederli mentre increspano l’angolo della bocca e si scambiano muti sguardi d’intesa, testimoni sapienti, numi involontari, portatori di verità scomode che oggi non ci possiamo più permettere…