Rassegna Stampa

di Simone Buttazzi Corpo12 08 settembre 2008

Il protagonista di questo romanzo ha tutto. “Eppure questo tutto non è abbastanza. Perché Arezzo lo sta trasformando in un buono a nulla. Perché sente anno dopo anno che la sua vita sta diventando una chance non sfruttata, una mano di buone carte giocata da un cieco” (pag. 16). Con Il gregario, Paolo Mascheri abbassa un full e vince quella sfida di nervi che è il primo romanzo in terza persona. Una vittoria limpida e meritata, a cinque anni dal suo esordio nel racconto con Finale, incluso nell’antologia Il colore viola (Limina, 2003). A seguire, la raccolta Poliuretano (Pendragon, 2004: il miglior libro di narrativa uscito per i tipi dell’editore bolognese), la partecipazione a Semi di fico d’India (2005) con lo splendido Niente vista lago, a The First Time I Saw (ennesima antologia) e L’onore delle armi, apparso sul blog Book and Other Sorrows. Per Mascheri, la scrittura è una cosa seria. Una cosa seria e dolorosa. Il narratore si mette in gioco / a nudo, rivolge la penna contro di sé come se fosse un bisturi. Eppure non vi è mai traccia di compiacimento, nemmeno in chiave autolesionista. La misura, la pulizia chirurgica della prosa di Mascheri ricorda quella del J.M. Coetzee intento a ridefinire i confini del memoir con Infanzia (1997) e Gioventù (2002), ed è proprio una citazione dal Maestro di San Pietroburgo (1993) ad aprire Il gregario, monito perfetto per centottanta pagine dolenti e umanissime. Non solo Coetzee: i modelli dichiarati di Mascheri sono Carver, Yates, il Fante della famiglia Molise, e ancora il Gutiérrez di Carne di cane (2003: la sua raccolta più matura e trattenuta), il primo Houellebecq, o il Philip Roth che disseziona il rapporto col padre (Patrimonio, 1991) e affronta temi universali come la malattia e la morte (Everyman, 2006; Exit Ghost, 2007). Il protagonista del Gregario ha tutto, e prima di tutto un padre. Se si dovesse catturare in una riga il contenuto del romanzo, Il gregario è un libro che parla del rapporto tra un padre e un figlio. E lo fa con rara franchezza e intensità, offrendo al lettore due personaggi indimenticabili e veri, cioè a dire quanto di più lontano dalle costruzioni ad arte del romanzesco. Il protagonista di questo romanzo “ha sempre seguito la strada battuta, è stato sempre disciplinato, in fila, senza rompere le righe. [...] Se continua così non può lamentarsi se la sua vita gli appare come una mano di carte giocata da un cieco (pag. 35)”. Non solo: “rischia di essere un soldato che va in guerra solo per alzare le braccia e battere in ritirata (pag. 35)” e, soprattutto, “pur non credendo a nessuna ricompensa eterna, prova compassione per chi vede la vita come un sacrifico a cui non si può e non si deve sfuggire. Un sacrifico la cui ricompensa sta solo nella consapevolezza del sacrifico stesso, nella consapevolezza di essere vivi adesso e ora e di star sprecando l’unica vita che si ha (pag. 29)”. La lettura del Gregario è tempo guadagnato nell’accezione più alta del termine. Non capita tutti i giorni di scoprire un libro dotato della solidità di un classico e capace di fissare, con spietata lucidità, il nostro qui e ora di italiani in corsa verso il burrone.