Rassegna Stampa

di Leonardo Merlini Virgilio 21 marzo 2008

"Tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa", scrive Raymond Carver in chiusura di una delle sue poesie più famose. E i racconti di Charles D'Ambrosio - 48enne narratore americano sempre più al centro del panorama letterario internazionale - con il loro focalizzarsi su pochi momenti decisivi, sembrano essere proprio il prosieguo del verso del maestro della short-story Usa.
Dopo la pubblicazione de Il museo dei pesci morti, Minimum Fax manda ora in libreria la raccolta dei primi racconti di D'Ambrosio, Il suo vero nome, apparsi negli Stati Uniti per la prima volta nel 1995. Sette lunghe storie che ruotano intorno a solitudini e periferie, che devono fare i conti con ossessioni dolorose e famiglie difficili, in cui protagonisti sono spesso dei ragazzi chiamati ad attraversare la loro personale linea d'ombra.
D'Ambrosio padroneggia la misura della narrazione breve con sorprendente maestria e, come un grande fotografo o pittore, sa gestire la cornice della sua immagine in modo da non includere nulla che non sia fondamentale. Al tempo stesso però, all'interno della cornice, si sviluppa un vero e proprio mondo perfetto, autosufficiente, e ciò che rimane fuori dall'inquadratura letteraria finisce con lo scomparire nell'irrilevanza, esaltando le caratteristiche peculiari della forma racconto.
E' impossibile riassumere una raccolta di short-story, ma nelle pagine di D'Ambrosio si incontrano temi ricorrenti - come il suicidio, l'uso di psicofarmaci o le disastrose conseguenze delle ristrutturazioni delle grandi aziende - che fotografano la realtà di un'America che vive lontano dalla ribalta, spesso in uno sbiadito bianco e nero. A differenza di Carver però D'Ambrosio instilla nelle sue storie dei piccoli punti di serenità perfetta, dei momenti in cui il mondo, normalmente incomprensibile, si mostra nella sua sorprendente bellezza. Salvo poi esplodere in un istante che segna il crinale di una vita. "Jacinta nacque ad agosto e morì un anno dopo senza aver mai pronunciato una parola" scrive D'Ambrosio con devastante misura e controllo.
Come se la letteratura potesse arginare l'enormità degli eventi e le sofferenze cui ognuno di noi è esposto.
Altra differenza con Carver è spesso l'età dei protagonisti dei racconti di D'Ambrosio, che sono spesso dei ragazzi, quando non proprio dei bambini, chiamati, come nel bellissimo "La punta" che apre la raccolta, a prendersi cura di genitori e adulti che sbandano pericolosamente sotto i colpi del vento, dell'alcol o della recessione economica. Giovani certo, ma capaci di riflessioni come questa: "L'idea era la seguente: a una certa ètà, in mezzo alla vita delle persone compariva un buco nero che risucchiava ogni cosa, e da quel momento in poi uno sarebbe stato conscio della sua presenza, di quel denso spazio negativo, eppure andava avanti, si faceva il culo, portava a casa i soldi, metteva al mondo dei bambini, si sbronzava, sempre facendo finta che il buco nero non ci fosse e senza mai guardarci dentro, se ci riusciva". E in un altro racconto, quando il protagonista è un giovane marinaio, leggiamo: "In marina aveva imparato una cosa, che per lui rappresentava una vera e propria filosofia: non c'era un autentico motivo per andare avanti, ma per chi si rifiutava di farlo erano previste enormi punizioni". I personaggi sono dei ragazzi, ma la profondità dell'indagine di D'Ambrosio e la sua capacità di tradurla in letteratura, è degna di un classico.