L’ossessione inquieta; può mettere in moto o paralizzare. Inganna e rivela. Può indurre a cercare, vagare, toccare un fondo, l’estremo, senza comprenderlo. E poi può improvvisamente risolversi, in una combinazione di fatti e parole semplici. Può durare un giorno e una vita.
Quella di Stefano Liberti è durata cinque anni, se misurata nel tempo dei viaggi sulle rotte dei migranti, ma a leggere il suo racconto sembra difficile, impossibile, immaginare un periodo d’assillo così definito. L’origine, la maturazione, l’esplicazione sfumano nelle esperienze vissute; e dell’ossessione difficile dire cosa resta e cosa si scioglie.
Nel caso di Liberti, giornalista del manifesto, la fissazione è stata quella di capire “le ragioni dei cosiddetti ‘viaggi della disperazione’, le cause e i meccanismi mentali alla base dell’emigrazione dall’Africa verso l’Europa”. Un’idea nata dopo un serie di incontri con gli immigrati e con quanti venivano definiti ‘clandestini’ (come lui stesso spiega nell’introduzione). Una necessità che lo ha portato a mettersi in viaggio, a seguire le rotte migratorie, a girovagare nei paesi del Nord Africa e più a sud nel Sahel, sulle tracce degli uomini e delle donne che sognano l’Europa. Un cammino tutto “a sud di Lampedusa”, che è diventato prima un documentario poi un libro (edito da minimum fax), e in entrambi i casi un’esperienza fortissima, che trasuda dalle immagini alle parole e penetra il lettore, come un contagio.
Eccola l’ossessione: ha i nomi dei luoghi attraversati e delle persone incontrate. Si chiama Niamey, in Niger, la capitale degli ultimi del mondo e si chiama Fiston Massamba, il sindacalista dei clandestini a Rabat, in Marocco; l’uomo, il ‘clandestino’ segretario del consiglio dei migranti sub-sahariani, che denuncia l’Unione Europea come mandante delle espulsioni eseguite dal governo marocchino. Ha i colori e gli odori, di Dirkou, in Niger, oasi degli intrappolati, o quelli di Agadez, stazione degli exodants. E ha le voci degli avventurieri di Maghnia, cittadina algerina, nota come “repubblica autogestita” dove “alcini nigeriani facevano il bello e il cattivo tempo schiavizzando donne e migranti”.
Sono tali molteplici e mutevoli declinazioni a determinare la straordinarietà del viaggio e a portare il giornalista verso una revisione, una rimodulazione dei suoi pensieri e delle sue proiezioni critiche sull’Africa e sulla sua storia di emigrazione. L’Europa, ad esempio: le responsabilità che non è in grado di assumersi sul fenomeno e l’attribuzione di ogni colpa e dolo alle reti di trafficanti; una questione che motiva il “gigantesco contrappasso”, la vendetta di un continente saccheggiato e immiserito che riversa i suoi abitanti nelle terre di coloro che li hanno depredati.
Oppure, la consapevolezza e l’imbarazzo suscitati dall’affermazione di un ragazzo ghanese, incontrato in fondo al deserto del Sahara. Il giovane non aveva voluto raccontare la sua storia al giornalista, aveva detto: “Voi giornalisti venite qua, fate il vostro servizio e poi tornate nelle vostre comode case. A noi cosa cambia? Voi vi fate belli , noi rimaniamo merce per l’esposizione delle vostre parole”. E l’autore si trova a riflettere sulla sua professione, soprattutto se calata in quel contesto: “sospesa tra l’illusione di una denuncia civile e la realtà di un voyeurismo cinico”.
Infine Lampedusa, l’isola del rimosso. Qui il viaggio arriva a compimento, l’ossessione potrebbe esaurirsi su questa terra fatta simbolo, capolinea delle traversate degli avventurieri, luogo agognato di arrivo e partenza nell’immaginario degli immigranti. Ma la realtà alimenta le domande invece di consumarle. E allora Liberti nota il paradosso di quel posto “l’unico d’Italia dove non ci sono immigrati”, perché presto allontanati, celati agli sguardi dei turisti e degli isolani; e scopre che gli stessi sbarchi, quelli visti a ripetizione in tv, quelli resi icona di una disperazione convenzionale, non esistono. “Nessuno sbarcava a Lampedusa in modo spontaneo” scrive l’autore, “un altro stereotipo si confutava” perché tutte le barche venivano intercettate dai radar, anche quelle che sarebbero approdate altrove, e recuperate dalla capitaneria e dalla guardi di finanza. Insomma, una volontà precisa: un piano per il quale l’isola era stata “deliberatamente destinata dal governo a ‘centro di concentramento e smistamento’ di tutti i flussi migratori che nel Mediterraneo interessavano l’Italia”. Un disegno che lasciava poco al caso: “se i viaggi erano esodi, se la molla era la disperazione, se le barche erano gusci instabili, non si proiettava su quanti arrivavano un’aura di eroismo, ma un senso di ingenuità, di inconsapevolezza al limite della follia. L’immigrazione non era il risultato legittimo di un desiderio di avventura, di fuga o di miglioramento che animava i viaggiatori. Era il frutto di un’illusione, di un sogno allucinato”. Un modo per rendere il fenomeno qualcosa di ben lontano dall’ordinario. E per consentire che pochi vedessero quegli uomini e quelle donne come eroi, e molti come incoscienti. A quei pochi, come Liberti, è toccato però il privilegio o l’onere di un’ossessione che porta ad accettare anche verità banali, ma solo dopo averne indagato profondamente il senso.