Rassegna Stampa

di Giuseppe Palumbo La Piccola Industria dei Contenuti 04 luglio 2008

Claudio Nader: Riccardo Falcinelli è un grafico editoriale, Marta Poggi scrittrice teatrale e attrice, un connubio abbastanza particolare per due autori di libri a fumetti. Comincerei chiedendovi come è nata questa vostra collaborazione…

Marta Poggi: Ci siamo conosciuti in un corso di teatro a Roma, avrò avuto 15-16 anni. Mentre io ero interessata in modo diretto a questa attività - tant’è vero che ancora me ne occupo – Riccardo, già a 16-17 anni, aveva capito che voleva mettere insieme diverse cose… E’ un progetto che ha avuto sempre in testa quello di mettere insieme i pezzi e far funzionare le cose da altre angolazioni. Da quel momento abbiamo fatto varie cose, anche cortometraggi – che ovviamente abbiamo bruciato e di cui non è rimasta traccia - poi qualche cosa di teatro in cui lui collaborava come consulente visivo, quindi abbiamo cominciato a scrivere e mettere insieme quello che ci interessava, nel suo caso l’immagine e tutto quello che c’è di visivo e, per quanto riguardava me, la narrazione più teatralmente intesa quindi come azione e intreccio…

Riccardo Falcinelli: Aggiungo una cosa a quello che diceva Marta sul mettere insieme i pezzi… I libri bisogna etichettarli in un certo modo, sono esigenze di natura commerciale, il libraio deve sapere dove esporre il libro, l’editore come proporlo e via dicendo, e da quelle poche cose che ha detto Marta si capisce come noi siamo arrivati in maniera un po’ sghemba a fare fumetti. All’origine c’era una passione comune per una serie di attività artistiche: scrivere, recitare, disegnare, mettere in scena, mettere in pagina… Questo miscuglio dava vita sempre di più a qualche cosa che somigliava a un fumetto, un graphic novel o qualcosa del genere… ma noi siamo partiti senza sapere dove saremmo andati a parare. Quando abbiamo pensato di lavorare insieme ci siamo detti: “beh, proviamo a fare un libro in cui mettere insieme tutte le cose che facciamo”… Però non ci era ben chiaro che cosa ne sarebbe venuto fuori, e infatti le ultime cose che abbiamo fatto somigliano di più a dei fumetti che non il primissimo libro che forse era un pochino più “sperimentale”…

Claudio: L’allegra fattoria utilizza le stilizzazioni tipiche del fumetto, come gli animali antropomorfi. Per esempio il primo capitolo racconta di come una blatta diventi santa, il passaggio dalla santificazione al merchandising, la blatta che diventa logo… dall’i-pod al cappellino fino alla versione di Windows… E’ un libro molto dissacratorio e critico verso la società attuale… Vorrei chiedervi di parlarci dell’aspetto narrativo di questa cosa, cosa volevate raggiungere drammaturgicamente…

Marta: L’idea, dal punto di vista narrativo, era quella di riscrivere le fiabe con la morale alla maniera di Esopo o di Fedro, che avevano gli animali come protagonisti. Ma le nostre storie non ce l’hanno una morale, o quanto meno se ne può trarre una, si può decidere di interpretare in un certo modo il fatto ma la morale non è interna… Le fiabe di Esopo finivano con “la storia dimostra che”, “spiega che”, e in qualche modo è come se oggi questo non fosse possibile. Non c’è nessuna morale attingibile immediatamente, non c’è un codice di comportamento da apprendere che basta mettere in pratica per risolvere una serie di problemi e trovare un senso alle cose… Questo codice di comportamento oggi non c’è… Queste fiabe si possono raccontare ma alla fine non insegnano, o possono insegnare ma è un’operazione molto più complessa…

Riccardo: Quattro anni fa minimum fax fece un’antologia di racconti, chiamò vari autori di narrativa tra cui noi e ci dissero che l’antologia si sarebbe chiamata La qualità dell’aria. Il tema era “che cosa è per voi la qualità dell’aria oggi, la temperatura del mondo in cui viviamo”… Così ci siamo chiesti di che parlare e a me venne in mente un personaggio politico che compariva su tutti i giornali, e da quello cominciammo ad allargarci e discutere di varie cose… La situazione che secondo noi rappresentava l’Italia in quel momento era questo maiale enorme che invadeva la città… Naturalmente c’è un rifarsi ai fumetti… noi usiamo molti codici fumettistici, come questi raggi che - soprattutto nei manga - si ritrovano quando qualcosa è molto importante… e poi le onomatopee… Soprattutto, uno dei codici che a me divertiva usare - e questa è la ragione per cui faccio un miscuglio tra disegno e fotografie - è quello dei telegiornali e le riviste illustrate, un’esperienza comune a tutti… Tu prima hai usato l’aggettivo “dissacrante” ma le cose che uno legge su queste riviste sono grottesche, e io mi sono chiesto perché la gente non se ne accorge e si dedicano sette pagine a delle cose mostruose… se qua levo lady Diana e ci metto la blatta o un’altra cosa, forse si farà caso al grottesco. Questi racconti usano i codici della pubblicità, della televisione e delle riviste illustrate come Gente, Oggi, Novella 2000… Io ho semplicemente levato il personaggio famoso e ci ho messo una bestia, la più improbabile possibile, una bestia che facesse un po’ schifo e quindi la blatta, la talpa e via dicendo… E quindi uno pensa immediatamente che il racconto è dissacrante, semplicemente perché ho fatto uno spostamento… è quello che i mass media ci propongono ogni giorno ad essere grottesco di suo… l’ipertrofia del merchandising, il merchandising applicato a qualsiasi cosa, è il mondo in cui viviamo… E qui ci divertiva giocare sul sacro, mostrare come il sacro oggi non riguardi tanto la religione ma le persone che ci fanno il business sopra. Noi parliamo di una blatta santa, non del potere istituzionale della religione ma di tutti quelli che noi chiamiamo i potenti della terra che trovano il modo di lucrarci sopra. Fino a qualche anno fa il commercio di cose sacre era reato di simonia, oggi invece sembra che nessuno se ne accorga… Nella fotografia c’è sempre qualcosa di pornografico nella misura in cui è così somigliante alle cose come stanno e si vedono mentre il disegno le rende più astratte e quindi eleganti, le sublima e crea un distacco. Qui il distacco si crea attraverso foto con facce e situazioni riconoscibili, amplificando così il senso di disagio per il lettore…

Claudio: Riguardo alla questione dello slittamento penso subito a Brecht. Che cosa, secondo voi, lo straniamento di Brecht porta al teatro e cosa questo meccanismo porta invece al linguaggio del fumetto?

Marta: Indubbiamente Brecht è il mio ispiratore personale, anche quando scrivo espressamente per il teatro. Lo straniamento brechtiano - un concetto che spesso viene nominato ma non sempre chiarito - è molto simile a quello che stava raccontando prima Riccardo… Io sono abituata ad avere questo bicchiere sempre qui ma se lo rovescio o lo sposto, all’improvviso lo vedo… Se lo metto sempre nello stesso posto ci faccio l’abitudine e non me ne accorgo più, ma se creo uno slittamento, uno spostamento, un rovesciamento di situazione, un passo indietro, finalmente me ne accorgo… ma per far fare agli altri questo passo indietro devo essere io a spostare l’oggetto che voglio mostrare. Lo straniamento serve a non dare più per scontate una serie di cose, il potere principale sta nell’essere implicito delle cose. Questo è quello che diceva Brecht, rendere evidenti delle cose altrimenti implicite e riattivare il cervello… Il modello è strettamente teatrale e ha diversi corrispettivi in ambito visivo…

Claudio: Continuando a parlare di teatro, c’è un capitolo intitolato La mosca schizzinosa in cui la protagonista si confronta semplicemente col bianco delle vignette, parlando in maniera quasi incomprensibile… è come una performer teatrale che vive nelle vignette creando tanti contrappunti, giochi grafici e visivi. Mi piacerebbe sapere da Riccardo come ha gestito la parte grafica di questo capitolo, che per tutte le tavole mostra sempre la stessa mosca, la stessa immagine ruotata, sforando il concetto di disegno per arrivare a una composizione quasi tipografica…

Riccardo: Sì, il senso è proprio questo. Si tratta di un unico disegno che poi viene ruotato, è un carattere tipografico, un dingbat per usare il lessico più recente… Questa è per me la possibilità che il computer può dare oggi alla scrittura e al disegno, non tanto per il fatto che velocizza dei processi di elaborazione o colorazione… mi affascina l’aspetto che il computer potenzia, quello del collage, del copia e incolla… Pensate anche alla scrittura… un tempo uno scrittore faceva molte correzioni – e infatti oggi tutti i filologi sono lì a vedere che cosa ha corretto, cancellato, aggiunto - e oggi questa cosa è quasi impossibile perché qualunque scrittore, con Word, cancella subito quello di cui non è convinto quindi il testo è molto più poroso e le stratificazioni quasi non si vedono perché il copia-incolla, lo spostamento, ti permette di lavorare il testo molto più plasticamente. La cosa affascinante, specie per il lavoro che facciamo noi, è che questo rende molto più simile il disegnare e lo scrivere… prima queste due attività erano fatte materialmente di pezzi diversi e oggi il computer le fa assomigliare molto di più. Per quanto riguarda il racconto della mosca… In ambito teatrale si parla spesso di prossemica, quella disciplina che studia i rapporti psicologici e comportamentali in base alla distanza che si pone tra le persone. Cioè, se a teatro stai facendo un classico e ci sono Gertrude e Amleto, se anche sono madre e figlio il regista dice agli attori di stare a 8 metri di distanza perché questo dà solennità alla scena. Di contro, quando fai Aspettando Godot, in cui i personaggi sono due estranei, li metti vicini per amplificarne l’estraneità. Nel teatro hai un palco con una misura data, e un metro in più o un metro in meno fra i personaggi è il senso della messa in scena e del rapporto fra di loro. È come quello che ho fatto qui, il racconto sta nella quantità di bianco tra la mosca e i bordi e non nel disegno, nel tratto o nello stile perché qui non c’è, è ridotto al minimo… Il bianco della pagina è un palcoscenico, la superficie su cui vado a mettere i singoli pezzettini, in un racconto del genere non c’è tanto un disegnare ma un mettere in scena. 50 anni fa una cosa del genere non si poteva fare, non tanto come realizzazione tecnica ma proprio come spirito, il fatto che cambi la tecnologia fa cambiare il modo in cui pensiamo…

Claudio: Vediamo altri vostri lavori … Queste sono due tavole stampate per un quotidiano…

Riccardo: Le abbiamo fatte l’estate scorsa per “Tuttolibri” de La Stampa, occupavano per esteso le due pagine centrali quindi erano piuttosto grandi. Stilisticamente sono un’altra cosa ma lo spirito in fondo è lo stesso. “Tuttolibri” ci diceva che avevamo a disposizione queste 8 tavole, una per ogni sabato, e potevamo farci quello che ci pareva, per cui ci è venuta l’idea di inventarci questi 8 delitti per l’estate, 8 situazioni paradossali e grottesche. Dal punto di vista stilistico ci interessava sempre ragionare sul copia-incolla…

Marta: … ragionare sull’effetto che facevano le pagine a fumetti sui quotidiani quando i quotidiani pubblicavano le pagine a fumetti, citare quell’impatto dato da queste grandi campiture colorate dei supplementi…

Riccardo: … lavorare su queste tinte piatte e i colori vivaci… Anche stilisticamente abbiamo usato un disegno un po’ retrò. Ogni racconto si svolgeva esattamente nel giorno in cui usciva il quotidiano – in questo caso il 7 luglio - però in un anno diverso. Ed erano tutti collegati da 3 cose, un luogo e un anno - il 1934 -, un personaggio e un oggetto usato come arma del delitto… fondamentalmente una variazione sul Cluedo, l’intento è giocoso… Marta ha scritto il pezzo di testo poi siamo andati a disegnarlo… Non voglio fare un panegirico del computer perché non mi interessa ma credo che questo stia inevitabilmente cambiando - e magari in maniera invisibile - il modo in cui ragioniamo… Il fatto stesso di lavorare su livelli - su uno hai la scenografia e su un altro i disegni del personaggio - è sì un fatto tecnico ma se all’ultimo Marta decide di cambiare una battuta, io posso spostare senza problemi il personaggio… è tutto aperto, la stessa tavola è una messa in scena aperta… Quando non c’era questa tecnologia potevi farlo comunque, ma dovevi ridisegnare l’insieme della tavola daccapo, ed essendo un metodo più rigido le cose non dialogavano così tanto insieme…

Claudio: Questo è invece un racconto breve apparso su Inguine Mah!gazine 2008, un libro collettivo pubblicato da Comma 22. Qui di cosa parlate?

Marta: L’idea era quella di fare un racconto horror ed è venuta fuori una cosa insolitamente intimista, anche abbastanza angosciante… Volevo fare un lavoro sul diavolo. Per me il diavolo - e non voglio analizzare per quale motivo misterioso - si collega all’infanzia, quindi l’atmosfera gira intorno agli anni ’60, l’epoca delle mamme della mia generazione… è la cosa più vicina al diavolo che mi è venuta in mente. Questo racconto è il frutto di questa mania mentale ed evidentemente anche Riccardo la condivide perché istantaneamente si è trovato a suo agio e ha detto “fantastico, è proprio quello che avevo in mente”…

Riccardo: Nel racconto ci sono una donna e questo diavolo che aleggia come marca ossessiva, tutti gli oggetti hanno stampato questo diavoletto… Il racconto è ambientato negli anni ’60 anche perché in quegli anni c’era l’ossessione per il boom economico… E’ una cosa che torna in tutti i nostri racconti, l’ossessione e la paura per le multinazionali, che sia una multinazionale di stato o di altro tipo… che sia il nostro libro Cardiaferrania in cui c’è la multinazionale che vende identità o che sia Grafogrifo in cui la multinazionale è l’industria dei mass media del ‘500… la multinazionale come forma simbolica, un potere e una marca che omologa tutto quanto e lo vende alle persone. Questo è un tema ricorrente in tutto quello che facciamo, una cosa che ci inquieta non poco della società in cui viviamo.

Claudio: Continuiamo a scorrere le immagini… queste altre tavole da dove sono tratte?

Riccardo: Per i 10 anni di Einaudi “Stile libero”, la collana su cui abbiamo pubblicato Grafogrifo, eravamo stati chiamati - insieme a tutti gli scrittori che avevano collaborato con la casa editrice - a scrivere un racconto di una o due pagine. Quindi abbiamo fatto questo micro-racconto, e il gioco è sempre lo stesso cioè l’assemblaggio di pezzi. Che racconti in una pagina? È difficile raccontare qualcosa in una pagina. Di che raccontiamo noi? Del mettere insieme i pezzi… e quindi questa è una variante su tutti i pezzi che si usano per fare una storia gialla: la dark lady, la pistola, i passi, l’ombra, il pugno, l’assassino, un’iconografia quasi cinematografica… In questo caso è un assemblaggio di iconografie e parole legate a quell’ambito…

Claudio: Una domanda sul vostro metodo di lavoro… Come collaborate nel work-in-progress?

Marta: Prima di tutto c’è un discorrere e un chiacchierare a lungo, decidiamo di cosa ci interessa parlare, il perché e il per come… Dopodiché io comincio a fare delle prove di stesure di testo, ne parlo anche con lui e quando la versione comincia ad essere “papabile” gliela passo e lui comincia a lavorarci, poi ci sono una serie di revisioni, è un lavoro di scambio continuo… Abbiamo usato vari metodi di lavoro, ovviamente sfruttando anche le competenze teatrali… insomma, tutto fa brodo…

Claudio: Non avete mai pensate di lavorare solo fotograficamente, senza arrivare alla grafica?

Riccardo: Penso che dal punto di vista commerciale sarebbe un bagno di sangue, io ho esordito dicendo che ci sono esigenze produttive e commerciali da parte di librai, distributori, editori e se lo facessimo sarebbe visto come un fotoromanzo… Già abbiamo faticato tanto a portare i fumetti ai lettori delle librerie, se dovessimo cominciare anche col fotoromanzo, su cui ci sono ancora più pregiudizi che sul fumetto… Non è detto, ma per ora va bene così.

Claudio: Prima mi dicevi che la maggior parte delle presentazioni dei vostri libri vi ha coinvolti in ambito letterario, e questa è forse l’unica volta in cui siete inseriti in un calendario di incontri sul fumetto. Per quale motivo manca un’attenzione sul vostro lavoro dal mondo del fumetto e invece arriva dall’ambito letterario?

Riccardo: Non è che ci sia proprio una risposta a questo… Diciamo intanto che oggi siamo contenti di essere qui. Poi, il mondo del fumetto è molto più piccolo di quello letterario, non è che in quest’ultimo ci sia un entusiasmo in massa ma essendo più grande è un’attenzione percepibile… Dall’ambito del fumetto invece, è vero che non abbiamo ricevuto grande attenzione. In Italia ci sono atteggiamenti un po’ rigidi da tutte le parti… Quando i giornalisti ci hanno recensito dicevano “non è un fumetto, non è un graphic novel, non è un romanzo, è una narrazione nuova e insolita…”. Cioè, dovevano sempre specificare e spiegare che era una cosa che non apparteneva a un genere… ma tutti i libri fatti bene non appartengono mai a un genere, le cose assomigliano a dei generi ma il libro poi va per conto suo… in Italia più che in altri paesi c’è questo atteggiamento un po’ provinciale, ragionare per compartimenti stagni e recinti prestabiliti, e il fatto che il nostro non somigli a un romanzo e non strettamente a un fumetto ha fatto sì che molto pubblico fosse distratto, quindi da parte dell’ambiente letterario qualcuno non capisce che facciamo mentre altri se lo chiedono e ci invitano. Nell’ambito del fumetto…. Non so, non sembra strettamente un fumetto e forse sembrava un po’ un invasione di campo che veniva non si sa bene da dove. Noi leggiamo tantissimi fumetti, ci siamo formati anni e anni su Topolino… Il fatto è che io non disegno come Cavazzano, ma le nostre idee vengono da 20 anni di letture di Topolino e Dylan Dog…Un po’ per ragioni commerciali e un po’ perché alcuni lettori sono più rigidi o affezionati a degli stili precisi non c’è stata molta attenzione, ma in fondo noi abbiamo iniziato nel 2001, diamoci un po’ di tempo… Alcune nostre cose sono state pubblicate anche negli Stati Uniti, ma su riviste letterarie di racconti… c’era un numero della Literary Review sulla nuova narrativa italiana e noi c’eravamo… ovviamente eravamo contentissimi per il fatto che il nostro fosse considerato un lavoro di narrativa, non si preoccupavano del fatto che ci fossero anche disegni…

Marta: … e poi in America hanno meno steccati…

Riccardo: … però si sta comunque facendo un buon lavoro. Fino a 5 anni fa se parlavi di fumetto o graphic novel la gente pensava che fosse soltanto l’albo per bambini… il lavoro è lungo ma siamo a buon punto.

Claudio: Una cosa molto interessante de L’allegra fattoria è la quarta di copertina… C’è la mosca con un baloon grandissimo con dentro un’onomatopea … Il formato libro ha standardizzato la quarta di copertina mentre qui il testo diventa immagine, c’è proprio lo scardinamento dell’oggetto libro… Al di là di questo, cosa state leggendo adesso?

Marta: A me piace molto la letteratura di genere, ho appena finito un libro di Stephen King da migliaia di pagine…

Riccardo: Una delle mie grandi passioni degli ultimi anni è Chris Ware. Al momento è quello che mi entusiasma più di tutti per il modo in cui racconta le storie e assembla i pezzi, anche in senso stilistico, come usa un repertorio e un immaginario passato rendendolo incredibilmente attuale…

Claudio: Tra l’altro Chris Ware è il grande assente del panorama italiano, non esistono pubblicazioni sue nel nostro paese… Riccardo: La ragione è che nell’edizione tascabile americana Chris Ware costa una trentina d’euro, un prezzo completamente fuori mercato per gli italiani. Non so se Mondadori - che voleva pubblicarlo - riuscirebbe a smerciarlo in Italia… E’ un grande assente per ragioni di categoria merceologica… è evidentemente che anche in America vende poco ed è di nicchia ma vende in tutti i paesi anglofoni e questo permette di mettere su una tiratura consistente. In Italia abbiamo il problema che se superi i 12 euro del prezzo di copertina vedi le vendite crollare…

Claudio: Prima di avviarci alla chiusura, ci sono domande e curiosità da parte del pubblico?

Domanda dal pubblico: Magari la domanda è troppo tecnica ma mi chiedevo quali fossero i passaggi dalla foto alla grafica…

Riccardo: Di foto ne sono state fatte tantissime e spesso quella che vedi in una tavola è un assemblaggio di più foto insieme, lo spirito è quello di un collage portato alle estreme conseguenze. Una volta assemblati i pezzi ho separato i toni dividendo il nero pieno dal bianco e dal mezzo-tono, è quello che ha fatto Andy Wharol quando faceva le sue Marylin… In questo caso ci sono 4 toni perché ho aggiunto il retino sul mezzo-tono creando una quarta tinta. A me divertiva usare i pezzi della tipografia stilisticamente, dichiarare l’utilizzo del retino anche per citare la pop art.
Una volta superata questa fase - che prima si faceva fotograficamente e ora al computer - c’è la fase del disegno a mano quindi il contorno delle figure, o ritocchi sui visi, parti di vestiti e scenografie… Io volevo arrivare al punto che non si potesse dire dove finiva il disegno e dove iniziava la fotografia. Lo spirito di questi racconti è in senso lato anche politico quindi mi interessava che somigliasse alla fotocopia e al ciclostilato che si usavano 30 anni fa per ragioni militanti. Mi sembrava uno stile forte, quando fotocopi una fotografia viene fuori un che di rozzo, anche se in questo caso è un rozzo stilistico. È un miscuglio di varie cose, alcune tavole sono fatte in un modo e altre in un altro… Spero di esserci riuscito, dovrebbe essere tutto omogeneo, ho messo insieme foto e disegno per creare una terza via, questo stile un po’ ibrido… più tecnicamente, è soprattutto Photoshop che uso…

Domanda dal pubblico: Prima dicevate che la storia del maiale gigante si ispirava a un personaggio politico. Gli altri animali sono scelti a caso o anche lì vi ispirate a qualcuno?

Marta: Noi ci teniamo a precisare che ci sono ispirazioni ma non si tratta di caricature, non sono riferimenti diretti o univoci. La nostra speranza è che siano allegorici e rimandino a un discorso più ampio. Nessuno di questi personaggi ha una matrice visiva precisa…

Riccardo: Soprattutto abbiamo cercato di fare la parodia non della singola cosa ma del modo in cui questa viene raccontata, per esempio c’è il secondo racconto - I funerali del porcospino - che è un’unica immagine ripetuta all’infinito con una serie di voci che si sovrappongono. E quello è esattamente il modo in cui un telegiornale racconta un funerale, quella retorica nauseante di frasi di circostanza, è la parodia del giornalismo più che del personaggio in sé.

Claudio: Passando al lavoro di grafico di Riccardo, vediamo alcune delle tue copertine?

Riccardo: Lo spirito è simile anche se non è rivolto a raccontare una storia ma l’editore e il libro… cose in comune tra i due mestieri ci sono, se non altro perché li faccio io. La cosa che mi interessa di più è che cosa succede nel cervello quando uno associa un testo scritto con un’immagine… Perché di fatto nasce sempre un terzo linguaggio che si crea nella mente di chi guarda. Leggere un testo e guardare un’immagine contemporaneamente fa sì che nella nostra testa nasca un terzo codice che è il miscuglio di queste cose qui… E’ il codice della grafica, del fumetto, che a volte usano anche il cinema e le pagine web, senza che noi ce ne rendiamo conto…