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Nº62 - aprile 2008
l'editoriale
di Martina Testa

L'album più bello del 2008, lo dico con una dogmaticità musicale che non avevo dai tempi delle superiori quando si passavano i pomeriggi a discutere dei meriti di Achtung Baby rispetto a The Joshua Tree, è Amen dei Baustelle. I Baustelle, per chi non lo sa, sono un gruppo pop italiano e prima di Amen hanno pubblicato tre bei dischi improntati a un'estetica molto precisa, fra il romantico, il morboso e il retrò. Amen viceversa - ed è questo che lo rende irresistibile - non sembra nascere da un progetto estetico ma dall'urgenza di raccontare in maniera immediata, e quindi anche frammentaria, anche centrifuga, il periodo storico e il luogo in cui nasce. Il cosiddetto Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Ascoltandolo per la prima volta, mi è sembrato di sentire tradotte in musica e parole buona parte delle idee, delle paure e delle ossessioni che nutrivo in quel preciso momento: capita di rado, e fa effetto.
La canzone più bella di Amen si chiama «Il liberismo ha i giorni contati»: descrive la sensazione di fine imminente provocata, fra le altre cose, dai pomeriggi passati al centro commerciale, dalla schiavitù all'industria culturale e dell'intrattenimento, dal lavorio semidisperato degli extracomunitari, dalle facce della gente che ci siede accanto in metropolitana. È una canzone di un pessimismo così assoluto da diventare relativo: la nostra civiltà, il nostro modo di divertirci, di acquistare, di spostarci, di interagire è spacciato, destinato alla rovina; ma sarà poi un male? Decretare che il mondo che conosciamo muore equivale in fondo a dire che un mondo diverso può nascere.
Con questa canzone più o meno costantemente nelle orecchie, mi è stato impossibile in questi ultimi mesi non riconoscere altrettanti segni di malattia nell'ambito del mio lavoro. Non leggo studi di settore, non conosco le cifre, non ho dati di prima mano sulla crisi dell'editoria. A rigore, non so neanche se l'editoria è in crisi: magari no. Faccio osservazioni empiriche, epidermiche, atmosferiche, come in una canzone pop.
Ricevo decine di curriculum ogni settimana, e capisco che centinaia di laureati in materie umanistiche, avendo ormai constatato generazionalmente l'aleatorietà e la difficoltà dello sbocco professionale nella scuola, si indirizzano sul settore editoriale, che però a sua volta - evidentemente - è del tutto incapace di assorbirli. Ricevo curriculum di persone che vogliono lavorare come redattori e fanno errori ortografici marchiani e capisco che la reale formazione linguistica e letteraria nel nostro paese è una specie in via di estinzione. Prendo l'autobus tutte le mattine, o ascolto le conversazioni da salotto, e capisco che le persone leggono poco, pochissimo, e comunque non leggono quasi nulla che non sia stato già letto da migliaia di altre persone: cioè iperpubblicizzato, discusso in televisione, trasformato in film. Entro in libreria e ci vedo sempre meno persone sotto i trent'anni. Vado alle fiere dell'editoria, in Italia e all'estero, e vedo stand su stand di prodotti di cartoleria e articoli da regalo invece che di libri. Parlo con i colleghi e ci ritroviamo troppo spesso a discutere di tendenze ("La narrativa non va, tira solo la saggistica" o "Adesso vanno il noir e il femminile" o "È il momento dei reportage letterari alla Saviano") e troppo raramente a emozionarci parlando di un singolo libro che ci è piaciuto. Parlo con gli agenti stranieri e capisco che il mercato editoriale, specie per quel che riguarda la narrativa angloamericana contemporanea, quella di cui mi occupo io, è dominato da dinamiche perverse in cui gli editori più grandi si contendono nel giro di pochi giorni, a colpi di offerte a 5 zeri, i diritti di opere d'esordio che anni fa sarebbero state valutate con maggiore cura, con il risultato, spesso, che una volta in commercio il libro non riesce davvero a raggiungere il successo sperato (ossia a ripagare l'investimento eccessivo), diventa un "flop" e l'autore si ritrova davanti una strada tutta in salita.

Insomma, ovunque mi giri mi appare lo scenario vagamente desolante di un'attività, l'editoria, che sempre più si appiattisce sulle logiche del mercato - con tutto il prezzo che questo comporta in termini di banalizzazione, massificazione, omologazione - e invece sempre meno mi appare ispirata da intenti veramente culturali e, per così dire, umanistici: l'arricchimento delle coscienze, la pluralizzazione dei punti di vista, l'indagine approfondita sull'uomo e sulla sua vita... E dunque se, come nel caso di minimum fax, si tenta di fare editoria di qualità e di ricerca, si finisce per avere la sensazione di predicare solo a un ristretto numero di già convertiti - quando non di operare in un vero e proprio vuoto pneumatico; di non essere rilevanti, di trovarsi prima o poi a dover accettare il compromesso: se vuoi essere ascoltato devi strillare più forte degli altri, se vuoi essere capito devi dire le cose facili e le cose che la gente, in fondo, vuole sentirsi dire.

L'unico modo per ritrovare la motivazione, per me, è porre un limite ai segnali inquietanti che provengono dall'esterno, e tenere lo sguardo puntato sul fascio di bozze che ho sulla scrivania, sulla pila di manoscritti da esaminare, sul file del testo da impaginare: concentrarmi - come un musicista in studio di registrazione - sul processo concreto, tecnico, da cui nascerà l'oggetto che, in sé, mi sembra comunque e sempre rendere valido il lavoro che faccio, a prescindere dalla diffusione e dalla capacità di impatto che riuscirà ad avere: un libro, e in particolare un libro necessario, che racconta una storia che era importante raccontare, e/o la racconta in un modo in cui era importante raccontarla; un libro scelto e prodotto con cura, la cura degli artigiani di una volta (in quante case editrici si fa davvero editing sui testi? in quante si sottopone un testo a due, tre, quattro stesure, e altrettante riletture? in quante si rivedono le traduzioni confrontandole riga per riga con l'originale? in quante case editrici si fanno, oggi, operazioni palesemente antieconomiche?) Ecco, nel giro delle ultime settimane sono partiti o partiranno dai computer della redazione verso quelli del tipografo file con dentro: i racconti dolenti e cesellati di Charles D'Ambrosio; il microcosmo pulsante del romanzo di Kathryn Davis; l'antologia del meglio di una rivista letteraria - McSweeney's - nata e cresciuta senza scopo di lucro; l'inchiesta di Stefano Liberti sulle rotte dell'immigrazione che ha dentro tutto il sudore e la passione di chi l'ha faticosamente scritta; i saggi di David Mamet che smascherano e sconfessano i meccanismi dell'industria cinematografica odierna. Da questi file nasceranno i libri che mi fanno alzare dal letto la mattina, i libri che in un altro mondo, possibile o meno, non si dovrebbero comprare o vendere ma solo regalare, i libri che non danno alla gente quello che le piace, ma quello che ancora non ha e che le servirebbe avere, i libri che mi infondono un po' di irrazionale speranza. (Come «Baudelaire», la sesta traccia di Amen.) Mi auguro che li leggiate anche voi. (Mi auguro che la ascoltiate anche voi.)

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