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 Nº12 - nov/dic 2002 |
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L'incontro |
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14 novembre 2002
Questa mattina a Roma c’è stata la proiezione in anteprima del film La sicurezza degli oggetti di Rose Troche, tratto dall’omonimo libro di racconti di A.M. Homes. Il film, che uscirà nelle sale italiane il 29 novembre (e che consigliamo a tutti di andare a vedere) traspone, legandoli in unica storia che intreccia le vicende di quattro famiglie, i personaggi e le situazioni di sette degli undici racconti del libro. L’effetto è realistico, sorprendente, angosciante e commovente: Rose Troche riesce a catapultarci nell’inferno surreale della vita quotidiana già coraggiosamente descritto dalla Homes, costruendo un affresco corale credibile e assurdo allo stesso tempo, forse con qualche tentativo in più, rispetto al libro, di giustificare certi comportamenti umani, di addolcire, sul finale, il lato oscuro della realtà. Insomma il film è bellissimo, il libro, è ovviamente tutta un’altra cosa (forse ancora più bella).
Nel corso della conferenza stampa abbiamo fatto un po' di domande a Rose Troche, giovane e brillante americana (già regista di culto per Go fish) che tra l’altro ha realizzato La sicurezza degli oggetti grazie a una straordinaria concentrazione di forze femminili, la sua, di sceneggiatrice e regista, quella ispiratrice di A. M. Homes, quella economica delle due produttrici, quella dello sguardo di Glenn Close...
***
Cosa ti ha spinto a scrivere un film da questo libro?
Per spiegare il mio interesse nei confronti dei racconti di A.M. Homes devo fare una premessa. La mia famiglia ha origini portoricane. Negli anni Sessanta i miei genitori si sono trasferiti negli Stati Uniti attirati dal classico sogno americano: costruire una bella famiglia e allevare i bambini in un posto sicuro, pulito, lontano dalla droga e dai pericoli, dove ci fossero buone scuole, in una classica zona residenziale alla periferia di una grande città. Un libro ambientato in questi quartieri mi ha attirato subito, ho sempre desiderato farci un film.
Quando ho letto La sicurezza degli oggetti mi sono innamorata dei racconti di A.M. Homes, ma ho dovuto aspettare molto prima di realizzare questo film.
Perché hai aspettato tanto?
Nel 1994 mi si è presentata l’opportunità di fare un film. Avevo la possibilità di scegliere tra realizzare La sicurezza degli oggetti oppure Go fish. Poi ho scoperto che due dei racconti della Homes erano opzionati dalla scrittrice per la stesura di un romanzo e quindi avremmo dovuto pagare ulteriori diritti d’autore. Per motivi economici ho deciso di realizzare Go fish. Adesso sono contenta di non averlo fatto subito, di essere tornata su questi racconti con un’esperienza maggiore e con più maturità.
Nel libro ci sono undici racconti, ognuno distinto dall’altro, con diversi personaggi, diverse storie, diversi tempi. Tu nel film riesci a far confluire tutto in un’unica storia. Qual è il rapporto tra l’opera d’origine e il tuo film? Come hai affrontato il lavoro di trasposizione?
Collegare le varie storie è stata una vera e propria sfida per me. Ho scelto sette degli undici racconti della raccolta, e ho deciso di fonderli insieme. Per esempio, il personaggio di Esther, interpretato da Glenn Close, è il risultato dell’unione di due racconti, quello della madre che si occupa del figlio in coma irreversibile, e quello della donna che partecipa a un concorso per vincere un’automobile. E’ stato davvero difficile.
Ovviamente come in tutti i casi di adattamento si tratta di trasformare un’opera. Un libro e un film sono cose diverse, mezzi diversi. Si parla di un’opera tratta da un’altra ma l’assunto di base è che sono due opere decisamente distinte. Non potremmo dire che il Dracula di Bram Stoker di Coppola è come il Dracula opera letteraria scritta da Bram Stoker, si tratta di un adattamento, l’uno è tratto dall’altro.
Alcuni personaggi che nei racconti erano appena accennati ho dovuto svilupparli per dare coerenza al film.
A questo punto è Rose Troche a fare una domanda per minimum fax:
A proposito di A.M. Homes: avete pubblicato il suo romanzo In the Country of Mothers? Io ne ho già acquistato i diritti cinematografici.
Martina: Non ancora! Ma è possibile.
Marco: Se tu l'hai opzionato per un altro film lo prendiamo...
Lei ride.
Perché hai scelto solo sette racconti? Hai coinvolto A.M. Homes nella stesura della sceneggiatura?
Ho scelto di scartare tre racconti che non mi interessavano dal punto di vista narrativo, non erano adatti alla trasposizione cinematografica.
E’ già stato abbastanza complicato così per me fondere le storie e i dialoghi. Non ho lavorato assieme alla Homes, ma l'ho messa al corrente di quello che avevo intenzione di fare, in termine di fusione delle storie e dei personaggi, e lei è stata d’accordo: non volevo che restasse scioccata al vedere che cosa avevo combinato con il suo libro!
Il risultato della fusione finale è perfetto. Secondo te che cosa accomuna i personaggi del film? Qual è il filo conduttore che hai scelto?
La caratteristica che i personaggi del film hanno in comune è che tutti hanno investito loro stessi e le proprie emozioni nelle cose sbagliate, si identificano e si riconoscono solo attraverso le cose che li circondano o attraverso il loro lavoro. Nel corso del film gli stessi personaggi capiscono che devono disfarsi di qualcosa per poter procedere, per crescere. Ognuno dei personaggi ha a che fare con una perdita. E con un dolore che in un modo o nell’altro accomuna tutti.
La sicurezza degli oggetti avrebbe potuto anche intitolarsi L’insicurezza degli oggetti, nessuno alla fine viene davvero rassicurato dagli oggetti che ha intorno.
E’ vero, il titolo è ambivalente. E’ un titolo che esprime una verità perché tutti noi nella società contemporanea tendiamo ad attribuire alle cose un valore più alto di quello che in realtà hanno. Spesso ci aggrappiamo agli oggetti come ancore di salvezza, rifugi, a cui attribuiamo un forte potere simbolico. La stessa società consumista ci spinge a questo, a sostituire la comunicazione, le parole, con le cose, a desiderare le cose. Del resto però il titolo ha anche una valenza ironica, è vero, gli oggetti non costituiscono una salvezza definitiva, in qualche modo li perdiamo. Nel film c’è forte il senso della necessità di liberarsi delle cose a cui si è più legati per poter andare avanti nella vita.
I film corali, in cui ci sono tanti personaggi femminili, ma che sono stati scritti dagli uomini sembrano descrivere le donne in maniera sempre un po’ caricaturale, un po’ artefatta. Le donne invece sembrano saper dipingere molto realisticamente i personaggi maschili, come hai fatto tu in questo film. Secondo te qual è il motivo di questo fenomeno?
In linea di massima penso che sia una questione di potere. Il cinema ha sempre rappresentato con più forza i personaggi maschili. In genere i protagonisti dei grandi film sono maschi, e noi donne, relegate in una posizione sempre un po’ marginale abbiamo imparato a identificarci con gli uomini. Quindi forse scriviamo bene i personaggi maschili perché siamo abituate a identificarci con gli uomini. E scriviamo bene di noi stesse perché ci conosciamo.
Come hai fatto a convincere Glenn Close ad accettare questa parte nel tuo film?
Negli Stati Uniti le grandi attrici purtroppo, rispetto ai loro colleghi maschi, quando raggiungono una certa età non hanno più molte possibilità di fare film. La maggior parte dei copioni prevede donne giovani e belle. Così magari attrici del calibro di Glenn Close o Meryl Streep fanno un solo film all’anno. Questo d'altra parte è un vantaggio per le piccole case di produzione che hanno comunque la possibilità di chiamarle anche senza avere a disposizione budget stratosferici. Glenn Close ha accettato la parte, perché il personaggio di Esther le è piaciuto molto. E lo ha interpretato benissimo.
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