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Nº77 - Ottobre 2009
il Brooklyn Book Festival
di Martina Testa

Non so se avete mai assistito all'intervento di un politico locale che apre o chiude una manifestazione culturale. Nella mia esperienza (grandi festival letterari nella capitale, concerti indie-rock in provincia, eventi teletrasmessi in diretta nazionale), il discorso del sindaco, o del suo emissario del caso, è immancabilmente troppo lungo, e/o troppo generico, e/o troppo autoelogiativo – e tende a raggiungere il colmo della goffaggine all'atto della consegna di qualche forma di trofeo o riconoscimento, che sia una statuetta pacchiana o un bottiglione di vino buono.
È una forca caudina attraverso cui la manifestazione e il suo pubblico devono passare, una decina di minuti che vanno dal noioso all'imbarazzante, sfociando spesso nell'involontariamente esilarante o nel francamente insopportabile; perché la sensazione di fondo è che il politico, con la manifestazione, non c'entri granché, ma ci sia stato tirato dentro pro forma (da qui le varianti imbarazzanti) o ci abbia voluto mettere per forza il cappello (da qui le varianti insopportabili).
Una sola volta mi è capitato di trovare godibile e sensato questo momento. È stato la sera dello scorso 12 settembre, nel piccolo auditorium di un piccolo college privato di Brooklyn: a parlare era il signor Marty Markowitz, e l'occasione era la serata inaugurale di un festival letterario, il Brooklyn Book Festival. Marty Markowitz è il presidente del borough di Brooklyn, uno dei cinque grossi distretti che compongono New York (una carica che immagino a metà fra quella di sindaco e quella di consigliere circoscrizionale, a metà insomma fra la visibilità mediatica e la burocrazia amministrativa), e io non so assolutamente nulla di lui: non so se sia un uomo di sinistra o di destra (è Democratico, ma questo vuol dire poco), se sia un politico integerrimo o corrotto, se abbia fatto molto o poco per il quartiere che governa, e neanche se lo governi davvero o solo di nome. So solo che è un signore di una certa età che non ha nulla dell'intellettuale: ha viceversa la verve istintiva, bonaria e competente di un navigato proprietario d'albergo o di un perfetto padrone di casa. Il suo discorso introduttivo è breve e tutto concentrato sull'orgoglio che prova per il suo quartiere, per il successo del festival letterario che ospita e per il gruppo di persone che lo organizza (le ricorda una per una per nome e le invita ad alzarsi per ricevere l'applauso); fa battute di spirito che risultano volontariamente divertenti, saluta la moglie, e quando consegna a Edwige Danticat (scrittrice haitiana trapiantata da bambina a Brooklyn) il «premio alla carriera» di quest'anno, lo fa con un orgoglio da preside che incorona la studentessa più brava della sua scuola.
Mi soffermo così a lungo su questo momento (che in genere nel raccontare una manifestazione culturale viene spontaneo omettere, a meno che non si tratti dell'intervento di qualche alta carica dello stato, nel qual caso subentra una specie di obbligo di cronaca) perché rispecchia perfettamente il carattere della manifestazione stessa, e dice - forse - qualcosa su un modo insolito di intendere le politiche culturali. Mi spiego: Marty Markowitz - lo si leggeva dal sorriso che offriva ai fotografi, e dal fatto che dopo gli organizzatori del festival ha presentato e salutato anche due suoi candidati a non so quale carica nelle immimenti elezioni comunali - stava facendo propaganda per la sua amministrazione e il suo partito; eppure, strano ma vero, non la faceva in modo subdolo, fasullo, pretestuoso o personalistico. L'entusiasmo delle pacche sulle spalle e delle strette di mano non era caricaturale. Il compiacimento nello snocciolare i dati era quello di uno che riferisce su un lavoro di gruppo ben fatto, non di chi vanta un trionfo più unico che raro. C'era un senso di realtà che ho trovato irreale.
Il buffet post-discorso, tanto per farvi capire, è stato servito nella cafeteria del college, un paio di ampie sale seminterrate illuminate al neon, con comode sedie di plastica, onesti e abbondanti stuzzichini, camerieri che servivano da grossi frigoriferi bottiglie da 33 di birra autoctona (Brooklyn Lager). La sensazione era che tutti gli scrittori presenti (Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Heidi Julavits, Chris Abani, Aleksandar Hemon* fra gli altri) si trovassero molto più a loro agio in quell'ambiente lì che nelle stanze moquettate di un hotel di lusso, o nel salone affrescato di un palazzo comunale.

In verità, poi, i saloni del palazzo comunale il Brooklyn Book Festival li sfrutta eccome. Non per i ricevimenti ufficiali, però: per i reading e i panel veri e propri – occasioni ritenute evidentemente più significative, e in cui gli scrittori si trovano più a loro agio. La gran parte degli incontri avvengono infatti all'interno del municipio - uno di quei palazzi pubblici in stile neoclassico che in America sembrano sempre dire democrazia più che potere - e sulla piazza adiacente.
La mattina dopo il rinfresco di apertura ero seduta in una grande sala udienze del Borough Hall (scranni di legno, colonne, timpani) ad ascoltare una tavola rotonda in cui si tracciavano bilanci sull'eredità di John Updike e David Foster Wallace; da lì a qualche ora, H.M. Naqui, scrittore pakistano-americano in tuta di acetato rosso scarlatto, leggeva con carisma da rapper pagine del suo romanzo d'esordio (il municipio della vostra città ha mai ospitato presentazioni di autori esordienti? Di autori che avessero meno di 65 anni? Di autori che non avessero fama internazionale o quantomeno se la comandassero in un dipartimento universitario?); e nel pomeriggio, da quella stessa tribuna Laura Albert (la scrittrice che anni fa si nascondeva dietro lo pseudonimo di J.T. Leroy, in via di pubblica riabilitazione dopo le accuse di frode letteraria) diceva cose intense e sensate sul rapporto fra realtà e finzione, fama e scrittura, media hype e creatività artistica.
Per darvi un'idea della qualità dell'offerta di questo festival «di quartiere», giunto nel 2009 alla quarta edizione, elencherò una piccola parte degli altri ospiti (qualcosa come 150 in tutto): Naomi Klein e Paul Auster, Paula Fox e A.M. Homes, Thurston Moore e Russell Banks,* Claire Messud, Nicholson Baker, Anita Desai, Keith Gessen, Marisha Pessl, Steven Millhauser, Siri Hustvedt, Gary Shteyngart. (Doveva esserci anche la nostra Valeria Parrella, la cui raccolta di racconti Per Grazia Ricevuta, è stata appena pubblicata in America; ma questioni di passaporto l'hanno trattenuta a Roma un giorno di troppo.)
Il motivo di una proposta così ampia e sostanziosa è semplice: i veri organizzatori del Brooklyn Book Festival non sono funzionari del Comune né intellettuali di chiara quanto vaga fama: sono un gruppo di professionisti dell'editoria che lavorano con la buona letteratura ogni giorno da anni; in particolare Johnny Temple, fondatore e direttore della casa editrice indipendente Akashic Books, e Matt Weiland, editor di HarperCollins con un passato a Granta e alla Paris Review. Non fanno ottant'anni in due e amano la scrittura nuova, provocatoria, interessante.
Non c'è da stupirsi se il pubblico di questo festival letterario vero, sostenuto veramente dalla politica locale e organizzato da gente che si occupa veramente di letteratura, sia un pubblico di lettori veri. Gente con gli zainetti, le biciclette, i passeggini, con i bambini per mano, i libri in tasca; studenti, professori delle medie, aspiranti scrittori, casalinghe con la passione per i romanzi, fidanzati che si tengono per mano. Quelli che si vedono anche da noi, in fondo, a Mantova e a Torino e via dicendo; solo che al Brooklyn Book Festival mancano - e nessuno li rimpiange - gli uffici stampa che tengono al guinzaglio gli autori, i direttori editoriali che si guardano in cagnesco da lontano e si scambiano sorrisoni da vicino, gli amministratori delegati con la cravatta che escono due volte l'anno dagli uffici (ma sono molto abbronzati), i capannelli di critici, giornalisti e recensori che si scambiano pettegolezzi, gli editor che si contano a vicenda gli ospiti di punta («chi portate, voi, quest'anno?»). Gli stand degli espositori sono tutti uguali e tutti piccoli, una fila di tavolini e gazebo da fiera di paese a cui evidentemente i grandi gruppi editoriali non sono interessati, dato che a popolarli sono solo gli editori indipendenti e le riviste letterarie: un sottobosco vivo e in fermento che fa del contatto diretto con il lettore il proprio punto di forza.
Insomma, ci siamo capiti: al Brooklyn Book Festival sulla forma prevale la sostanza. Non sembrerebbe un modello così difficile da esportare, ma di fatto lo sarà, perché dubito che le autorità culturali italiane - pronte a volare ai saloni del libro internazionali, nei padiglioni illuminati al neon dove ci sono più doppiopetti e tacchi che lettori affamati di buone storie - andranno mai a mettere piede in quella piazza. Andateci voi, allora, l'anno prossimo, se programmate una vacanza autunnale a New York. Prenotando con buon anticipo, si trovano voli a buon prezzo. E il Festival - dimenticavo! - è assolutamente gratis.


*che aveva appena ricevuto i 50.000 dollari del premio che da quest'anno il St Francis College assegna a uno scrittore già avviato come supporto per la sua carriera; gli altri candidati erano Chris Abani, Jim Krusoe e Arthur Phillips. È interessante notare non solo l'importo (in Italia di istituti scolastici privati ne esistono parecchi; qualcuno assegna forse premi letterari altrettanto generosi?), ma la sensatezza dell'assegnare una cifra del genere non a un esordiente, che potrebbe esserne più che altro frastornato, né a un mostro sacro, che ha raggiunto la fama necessaria a vivere del proprio lavoro, ma a scrittori con tre o quattro titoli alle spalle e una carriera ancora in costruzione, ai quali quei soldi potrebbero risultare ragionevolmente utili.

*Banks ha letto un racconto - «The Moor», una storia d'amore che ha per protagonisti un'ottantenne e un sessantenne - che a mio parere merita di essere definito un gioiello. Chi vuole leggerlo in italiano lo trova nella raccolta L'angelo sul tetto, chi ha dimestichezza con l'inglese può ascoltarlo qui (comincia verso i 40'10'').

Le foto dell'articolo provengono dal sito del Brooklyn Book Festival

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