Speciale "Americana": 10 contenuti extra
Americana: Andre Dubus

Speciale "Americana": 10 contenuti extra

Il 24 novembre arriva in libreria e in eBook Americana. Libri, autori e storie dell'America contemporanea di Luca Briasco: il lavoro e la poetica di 40 scrittori raccontati da un grande americanista. Pubblichiamo qui, una volta a settimana, dieci contenuti extra.
 

di Luca Briasco
 

40 libri sono tanti e insieme pochissimi. Costruiscono una piccola mappa, dialogano tra loro, raccontano e si raccontano storie. Ma restano fuori decine e decine di altre voci, non meno forti, non meno appassionanti.  

 

Lavorando su Americana ho dovuto escludere, tagliare, spostare, fino all’ultimo. Ho scelto, tra almeno settanta autori, quelli che mi sembrava facessero meglio “sistema” e mi consentissero di scrivere, più che una raccolta di recensioni, un vero e proprio saggio in quaranta capitoli.

 

Ho però deciso di recuperare le esclusioni più dolorose, e proporle a tutti: a chi avrà scelto di leggere il mio libro come a chi ne ha sentito parlare, e vuol prima prendersi un “assaggio”, o farsi un’idea. Da oggi, al ritmo di una a settimana, sono a vostra disposizione: dieci outtakes di Americana.
 

 

Buona lettura!

 

Americana: Andre Dubus, Il padre d’inverno 


Nella postfazione alle tre novelle di Non abitiamo più qui – il primo, splendido volume con cui l’editore Mattioli 1885 ha avviato la pubblicazione in Italia delle opere di Andre Dubus -, Tobias Wolff, maestro della narrativa minimalista, concludeva così una breve disamina del racconto A Father’s Story: “Al centro di questo grande racconto, così come al centro dell’uomo Andre Dubus, ci sono le difficoltà dell’amore e le sue contraddizioni”.

 

Si tratta di una definizione assolutamente calzante, che sintetizza e racchiude tutte le tematiche di una produzione narrativa articolatasi, tra il 1967 e il 1999, data della morte di Dubus, in otto raccolte di racconti e due di saggi, oltre che in un breve, precoce e isolato tentativo di romanzo. Non abitiamo più qui si può definire l’unica storia, raccontata tre volte e da tre distinti punti di vista, due maschili e uno femminile, degli adulteri, le liti, le rotture e le riconciliazioni di due coppie; la magnifica novella Voci dalla luna (forse il capolavoro dell’autore) esplora nei minimi dettagli gli effetti sconvolgenti che la decisione di Greg Stowe di sposare Brenda, moglie divorziata di suo figlio Larry, provoca tanto nello stesso Larry quanto nel più giovane Richie, combattuto tra la fede religiosa e i primi richiami dei sensi.

 

I racconti de Il padre d’inverno, terzo libro di Dubus tradotto in Italia (sempre da Mattioli 1885, e sempre a cura di Nicola Manuppelli) esplorano altrettante varianti del sentimento amoroso, seppur con la piccola e solo apparente “fuga” offerta dalle storie di vita militare, incentrate su rituali di amicizia maschile che spesso, e in modo profondamente americano, rappresentano l’unico, opinabile antidoto all’oscura attrazione esercitata dal mondo femminile.

 

Tutti i racconti di Dubus nascono da una situazione di partenza, un singolo evento, piccolo o grande, che interviene a sconvolgere la routine di personaggi assolutamente medi ma non mediocri, e a svelarne la dolorosa, contraddittoria ricchezza. Che si tratti di un padre deciso a vendicare l’assassinio del figlio uccidendo a sangue freddo il colpevole dichiarato (“Uccisioni”, il racconto con cui si apre Il padre d’inverno), di un vigilante anziano che, durante una delle ronde nel campus che lo ha assunto come sorvegliante, si imbatte nel cadavere di una ragazza e rievoca la propria intera esistenza mentre sfiora con le dita il volto e i capelli della morta (“Gente di città) o di Peter Jackman, l’uomo divorziato di fresco che vediamo prima (“St. Croix”) in vacanza con la sua nuova compagna, e poi, nel racconto che chiude la raccolta e le dà il titolo, mentre si confronta con il proprio divorzio e con la sorda tristezza che lo avvolge ogni volta che va a prendere i due figli per trascorrere una giornata insieme a loro, la penna di Dubus, con perfetta sintesi, scandaglia l’animo dei personaggi, ne porta alla luce le zone più segrete, ne cristallizza gli stati di coscienza in epifanie di straordinaria luminosità: frasi spesso brevissime ma che si potrebbero rileggere all’infinito, e nelle quali l’umanità dei protagonisti vibra in tutto il suo spettro di colori.

 

Due esempi, dai racconti con cui si apre e si chiude la raccolta, possono forse essere sufficienti per dare un’idea delle qualità, del rigore, dell’economia e della penetrazione che rendono Dubus uno dei più grandi scrittori di racconti del Novecento americano, degno di occupare un posto d’onore nella linea che, dallo Hemingway dei 49 racconti, arriva fino a Carver passando attraverso Cheever. Quando Matt Fowler, il protagonista di “Uccisioni”, torna a casa dalla moglie e le racconta come ha vendicato suo figlio, ammazzando a sangue freddo l’uomo che lo aveva ucciso, all’atto di soffermarsi sullo sparo che ha posto fine alla vita di Richard Strout sperimenta una vera e propria dissociazione emotiva, descritta con una precisione quasi clinica che, per contrasto, lascia trasparire con chiarezza ancor maggiore il segno incancellabile che quel gesto estremo comporterà: “Raccontò anche il resto, ma le parole erano prive di immagini. Non riusciva a vedersi mentre faceva le cose che le sue parole dicevano che aveva fatto. Riusciva solo a immaginarsi fermo su quella strada”.

 

In “Il padre d’inverno”, dopo aver trascorso una serata con i due figli, averli riaccompagnati a casa e aver parlato con loro dell’estate che prima o poi dovrà arrivare, Peter Jackman, risalendo in macchina la mattina dopo, trova la parte interna del parabrezza ghiacciata. “Usò il raschietto di plastica che aveva nel vano portaoggetti. Mentre raschiava la parte centrale e quella destra, si rese conto che il ghiaccio grigio che si arricciava e cadeva dal vetro era il respiro congelato dei suoi figli”.

 

Entrambe le immagini traboccano di tristezza, ma anche d’amore: l’amore di Matt Fowler per il figlio ucciso e, in qualche strano modo, anche per il suo uccisore e per la sua distorta, furibonda vitalità; l’amore commovente, benché a tratti disfunzionale, di Peter per i suoi due bambini. Unendo all’invito hemingwayano a “scrivere di ciò che si sa” (leggendo lo splendido memoir del figlio Andre Dubus III, I pugni nella testa, le corrispondenze tra molti dei personaggi dei suoi racconti e la vita di Dubus appaiono quasi letterali) la penetrazione psicologica e il magistero di Cechov (suo maestro dichiarato), e guardando a Richard Yates – suo maestro all’Iowa Writers’ Workshop nonché amico di una vita – per la capacità di esplorare nei dettagli più crudi e spietati le dinamiche dell’istituzione famigliare come apogeo e tomba dei sogni individuali, Andre Dubus ha creato un corpus di racconti in miracoloso equilibrio tra disperazione e fede, crudeltà e speranza.

 

Due importanti scrittori contemporanei come Dennis Lehane e Peter Orner, nel valutare l’opera di Dubus – di cui sono ammiratori incondizionati – hanno formulato giudizi apparentemente agli antipodi. Secondo Lehane, che in Dubus e nella sua scrittura “muscolare e senza paura” ha trovato la perfetta via di fuga dalle secche di un minimalismo di maniera, impegnato a “descrivere una preoccupazione che spesso era solo compiacimento”, i personaggi che incontriamo in molti dei suoi racconti continuano “a cercare di dare un senso a un mondo pieno di povertà e spargimento di sangue e violenza e impulsi criminali, antichi come l’Antico Testamento. E il modo in cui Andre scriveva, il linguaggio che usava, Dio mio, non saprei descriverlo. Nessuno nella storia della short-fiction americana ha scritto con tale poesia di violenza e di sogni infranti”.

 

Orner, dal canto suo, nella postfazione a Voci dalla luna, osserva: “Per anni me ne sono andato in giro con il ricordo di questo libro come fosse una storia straziante, insopportabilmente triste. Ma mi ero sbagliato. Questo è un libro gioioso. Di una gioia conquistata con dolore e a fatica. Ma nondimeno una reale, e persino ardente gioia”.

 

Ricapitolando: povertà, violenza, crimine, sogni infranti, dolore, fatica, poesia, gioia. Sono tutti termini utilizzati da Lehane e Orner, due degli scrittori che, insieme a Tobias Wolff e Richard Yates, ma anche a E.L. Doctorow, Kurt Vonnegut, Stephen King e tanti altri, hanno riconosciuto in Dubus un maestro del racconto e della novella. Tutti termini che trovano puntuale e concreta incarnazione nelle storie, nello stile, nell’immensa tavolozza di un narratore tanto compresso quanto infallibile. Un omaggio è d’obbligo, al piccolo ma agguerrito editore che, finalmente, ce l’ha fatto conoscere.

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