Speciale L’età della febbre
Incipit

L’età della febbre: gli incipit dei racconti

Gli incipit degli undici racconti dell’antologia L’età della febbre. Storie di questo tempo a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia.

Le cose che lui ha fatto per arrivare a te
di Violetta Bellocchio

Dicono che bisogna parlare ai bambini. Prima è, meglio è. Dicono che li fa diventare intelligenti.
«Parla alla bambina», dice sua moglie.
«Cosa devo dire».
«Parla di com’eri tu. Prima».
Lui dice che forse è troppo presto. La bambina non ha nemmeno un nome, è troppo presto. Forse lui e la bambina devono conoscersi meglio prima di raccontarsi certe storie.
«Molto bene», dice sua moglie, «facciamo a cambio. Tu la partorisci e io le racconto la storia della mia vita».
Allora lui parla alla bambina. Lui si sdraia con la fronte vicina alla pancia di sua moglie e parla di come andavano le cose. Parla di che persona era, lui, prima.


Alta marea di Emmanuela Carbé

Quando vinsi un posto nell’Accademia delle Umanità Antiche e Moderne di Milano25, subito dopo aver concluso il percorso di Acculturato Umanistico Semplice con indirizzo informatico, punti 3.7 su 10 nella scala dell’utilità pubblica stabilita dal Governo a ogni inizio di anno accademico, una studiosa del settore Stra-Antico mi mise sotto la sua protezione e mi spiegò le regole per non perdere il posto: qui dentro se vuoi campare devi prima di tutto parlare il meno possibile di te, secondo non aspettarti niente da nessuno, terzo non essere ingiustamente maleducata con gli studenti del corso di Fondamenti Acculturato Umanistico Informatizzato. Se qualcuno abbandona, il governo non manda i finanziamenti per i nuovi software e il Consiglio dei Nove Supremi trova il modo di sospenderti. Ricordati che il governo non permette di bocciare uno studente per più di due volte, alla seconda bisogna avvisare i genitori e invitarli a colloquio: se non vuoi sporcare il tuo Tesserino Carriera cerca di non arrivare mai a questo punto.

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

L’incontro avviene in un veicolo non contrassegnato della Polizia di Stato.
Caterina non aveva espresso particolari richieste quando lui l’aveva chiamata per concordare un appuntamento; potevano vedersi sotto casa sua prima che andasse al lavoro. Quando riconosce la macchina di servizio, rallenta il passo e tampona la delusione prima di infilarsi nell’abitacolo. Si sporge per dargli un bacio, infila le mani sotto le gambe e perde la pazienza solo quando il poliziotto comincia a farle delle domande.
«Fammi capire: erano tutte minorenni?»
«Mi faccia capire. Non fammi capire. Mi faccia capire».
Lui fa rimbalzare la testa contro il sedile, poi si volta e dice: «Ricominciamo».
Caterina disegna il suo nome nella condensa del finestrino;un passante sbatte contro lo specchietto retrovisore mentre si districa tra i motorini sul marciapiede e il rumore la fa trasalire, rovinandole la scritta. L’uomo ha due buste piene di arance fuori stagione, gialle e gelatinose al tatto, destinate a colare durante il viaggio. Lei detesta le arance tardive perché sanno di liquido per batterie. Lo sa perché una volta ha leccato un paio di pile.

I giorni della merla di Manuele Fior



Quel sollievo di Vincenzo Latronico

Nel fine settimana dopo l’esame del sangue Leonardo fu nervoso e distratto e preferì non dire niente a Camilla, soprattutto per evitare che si preoccupasse. Se aveva fatto il test non era per via di un «comportamento a rischio», piuttosto per esorcizzare un presentimento che lo turbava negli ultimi tempi, una sensazione di minaccia generica e a ben vedere immotivata. Sotto sotto era certo che i risultati sarebbero stati positivi (cioè «negativi») e quindi lo imbarazzava dover spiegare quel bisogno di verifiche che lui per primo reputava irrazionale. E così il venerdì dormì male e disse che era il lavoro. Il sabato, in pizzeria con i colleghi di Camilla, bevve due birre molto di fretta e si incupì. Quando in macchina al ritorno lei gli chiese come mai non aveva parlato per tutta la serata rispose che non c’era niente, era stanco e preoccupato. In fondo era vero. 

Television version di Antonella Lattanzi

La mezzaluna dondolava avanti e indietro sul tagliere, il prezzemolo vibrava, resisteva un attimo, si frangeva in schegge impercettibili. In un angolo, ancora da tritare, spicchi d’aglio e grossi pezzi di cipolla pulsavano per le vibrazioni, bucce e steli sull’angolo opposto stavano mezzo dentro mezzo fuori. La mezzaluna dava un altro paio di colpi secchi, pattinava contro il legno a spostare il mucchio di prezzemolo tritato, sobbalzava incontrando una lunga fenditura trasversale, pomodori, peperoni e patate già tagliati riposavano su un vassoio spesso, sempre sul piano da lavoro, grossi tocchi di carne grassa, viscidi, stavano accatastati l’uno sull’altro in una coppa grande poco distante dal tagliere, dai bordi alti, trasparente, la carne premeva schiacciata contro il vetro, traboccava un tocco contro l’altro, una montagna di carne, altra carne, ancora da tagliare, stava pronta su un battilardo segato dai continui tagli e intanto, ben piantato su un fornello, in una pentola larga e fonda, lo strutto prendeva a sfrigolare.

Un posto nel mondo di Rossella Milone

In un istante capì che la sua vita doveva cambiare, anche se non sapeva come. Lo intuì mentre il cameriere prendeva le ordinazioni pure quel pomeriggio: una coppetta di fragoline di bosco con il limone, una coppetta di fragoline di bosco con gelato alla vaniglia, una coppetta di fragoline di bosco con zucchero e maraschino. A Nemi si mangiavano fragoline di bosco tutto il giorno, e fra una settimana ci sarebbe stata anche la sagra. Ines, però, non le aveva prese; aveva preferito un Martini, perché da quella mattina si era svegliata con una gran voglia non proprio di ubriacarsi, ma di ciondolare con la testa appannata, evitandosi così il supplizio della ragione. Quando il cameriere scrisse la sua ordinazione sul taccuino, le lanciò uno sguardo con gli occhi bassi: «Con gin o con vodka?»
«Con l’oliva. Grazie».
Ovviamente Aldo, suo marito, era il destinatario del maraschino e dello zucchero: così fondeva in un colpo solo tutto ciò che gli faceva più male – le fragole erano un optional. Finora non gli era mai successo nulla, però. Proprio nulla.

Emma & Cleo di Vanni Santoni

Ogni volta che ci passiamo per caso è aperto, ogni volta diciamo, No dai, per pranzo Tia Teresa è troppo pesante, mangiamo qualcosa di sano... Ci veniamo apposta, chiuso. Sbarrato, addirittura.
Questi sono sigilli della polizia.
Ah, bianchi e blu?
Non ti stupisce proprio niente, eh Cleo?
Posso concederti...
Cosa?
Che non si vedono spesso, qui.
A volte si vedono.
Io non ne ho mai visti. Come del resto le manifestazioni. Sai che stamani, quando sono arrivata, davanti al TCentralen c’era tutta questa folla con le fiaccole bianche, certe facce... 
Che facce?
Seriose. Forzatamente tristi.
Magari erano tristi veramente.

Il casco verde di Paolo Sortino

Dal bosco s’alzò un vento forte e le farfalle tornarono nei bozzoli. A occhi chiusi, tremando, le zampette incrociate sul torace, mormorarono con parole umane che qualcosa di terribile sarebbe accaduto:

GEMIAMO GEMIAMO GEMIAMO
PRECEDUTA DAL ROVESCIAMENTO
DI OGNI ORDINE CONOSCIUTO
LA VERITÀ SULL’AMORE SARÀ PRONUNCIATA
GEMIAMO GEMIAMO
MA SPERIAMO

Allorché, con lentezza, si svegliò l’intero paese, poi quello accanto, poi Avezzano dappertutto come un immenso schermo di caselle luminose su cui si sarebbe disputata una sovrumana battaglia navale. Una massa crescente di mocciosi usciva dalle abitazioni senza più limiti di orario o divieti nell’uso di oggetti contundenti o ritenuti pericolosi, e molti attrezzi e utensili cambiarono funzione. Ogni assassino aveva il compito di saccheggiare la casa dei genitori di tutte quelle cose che sarebbero potute tornare utili. Del resto non era la fantasia che mancava a chi prese il potere, e a stento riusciamo a immaginare le proporzioni enormi del totem che avrebbero innalzato assemblando tavoli, materassi, reti, corde, zappe, scatole, badili, coperte, tubi idraulici, canne da pesca, bottiglie, bauli, legati gli uni agli altri per mezzo di funi lassù in alto, contro un tronco d’albero presso il falò oltre le colline.

Fare due passi di Chiara Valerio

Nelle giornate di sole, chiamo la mia vita sentimentale Fare due passi. La gente compra e vende case. Le persone decidono di sposarsi, e di fare figli. Gli uomini e le donne prendono un cane, un pesce rosso, un criceto e dicono Adottare. Adottare un animale. Al criceto comprano una palla cava con la quale possa girare per casa. Apri la porta di ingresso e una palla ti viene incontro, grande, della dimensione di un pallone da pallavolo. Apri la porta e la palla ti viene incontro come se il pavimento fosse inclinato. Invece no, il pavimento è in piano, in piano per quanto può esserlo il pavimento di una casa, e dentro c’è un criceto. Io non ho mai amato i criceti, e nemmeno i pesci rossi o i cani. Con qualche eccezione. I gatti di più, ma i gatti non sono animali, sono fantasmi. Stanno lì, ti guardano, li trovi in stanze estranee, e agli angoli delle strade. Certe volte lo stesso gatto. Nel qualcaso il fantasma è il tuo. Altre volte lo ritrovi in casa di una persona che ti piace. E allora devi decidere se il gatto è un presagio buono o cattivo. E non è facile, sia che tu abbia le mani occupate, sia che tu le abbia libere.

Il prodotto interno lordo di Giuseppe Zucco

Sua madre le chiamava la sua biografia emotiva, quelle macchie. Marroncine, scure e concentrate al centro, e dello stesso tono ai bordi, ma più pallide e sfilacciate. Fu anche per questo che suo padre si squarciò un dito fino all’osso rompendo un bicchiere a tavola. Ma sua madre diceva di no, che era un dovere prima che un privilegio leggere il fondo delle mutande di suo figlio, rigorosamente bianche, bianche con l’elastico, se non altro perché provavano che la comunicazione tra consanguinei, specie tra una madre e un figlio, poteva avvenire sempre e comunque e a qualsiasi livello – e i residui alimentari non digeribili non erano meno comunicativi delle scritte sui muri, o dellafila di insegne pubblicitarie tutte colorate. 

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