Speciale Jennifer Egan
Nota del traduttore

Nota del traduttore

di Matteo Colombo

Disclaimer: Il tempo è un bastardo è il libro più bello che ho tradotto. Tanto vale togliersi il dente e rinunciare all’obiettività. È anche il libro la cui lavorazione ha comportato più coincidenze, intuizioni, fenomeni inspiegabili ed esplosioni d’euforia. Non compostissimo, per esempio, né lucido, è il contesto nel quale, lo scorso aprile, fui raggiunto nottetempo dalla telefonata con cui Martina Testa mi annunciava il Premio (inserire qui standing ovation per la nostra allegra direttrice editoriale, che stanò – e mi propose – il Pulitzer nel 2010, ben prima di chi del Pulitzer si occupa.)

Mettersi a scrivere un pezzo sul libro più bello che si sia mai tradotto significa, nel mio caso, doversi mordere la lingua – anzi, le dita – perché neppure un dettaglio di questa strepitosa megastruttura su carta trapeli. Dirò allora solo questo: in un capitolo imprecisato di Il tempo è un bastardo, un imprecisato personaggio tira in ballo, per imprecisate ragioni, un concetto linguistico che in italiano ho chiamato "involucri verbali." Sono le parole che il tempo (quel bastardo) ha finito per svuotare di senso, lasciandone appunto soltanto il guscio. Non vi dirò quali sono, ma sappiate che vi daranno da pensare.

Lo stesso capitolo contiene altre ipotesi interessanti sulle possibili evoluzioni linguistiche del genere umano: adolescenti che rinunciano in toto alla volgarità verbale, rispolverando imprecazioni tanto eufemistiche quanto desuete, e trasformando le parolacce di ogni giorno in uno dei tanti strumenti con cui gli ultratrentenni possono rendersi ridicoli; la sintesi parossistica degli sms elevata a standard comunicativo, e via discorrendo. Tutto questo dovrebbe suggerirvi la profondità della riflessione sulla lingua operata da Jennifer Egan, e il piacere che può comportare, per un traduttore, trascorrere un po’ di tempo con lei. Jennifer Egan è molto più di questo libro: è un’intellettuale atipica, curiosa e sensibile, nonché clamorosamente sintonizzata sul suo tempo. Di recente è stata avvistata in compagnia di Jonathan Lethem all’accampamento newyorkese di Occupy Wall Street, e se durante le feste vi avanzerà un’ora, vi prego di dedicarla alla sua apparizione a Authors@Google, la serie di incontri video che il motore di ricerca organizza con le menti migliori della nostra generazione. Potrete così gustare la grazia assoluta di questa donna, e scoprire il suo modo di scrivere. Jennifer Egan, per dirne una, scrive tutto a mano, e non per vezzo. La spiegazione che dà di questa sua scelta è credibile e suggestiva: dice che solo così, rispettando i tempi del corpo impegnato nel gesto della scrittura, riesce a trovare l’andatura giusta per esplorare i personaggi che le popolano la mente (di sé non scrive mai, non le interessa e non ne è capace, sostiene.)

La cosa meno interessante, in definitiva, è proprio il lavoro del traduttore. Difficoltà ce ne sono state, e nemmeno poche: stiamo parlando di un romanzo fatto di 13 racconti perfettamente interconnessi, tutti inseriti in una continuità e ingabbiati dentro mille fili logici da rispettare, ciascuno espresso con una voce e uno stile diversi, mescolando di tutto (finto memoir, giornalismo, fantascienza, il famigerato power point; prime, seconde, terze persone; voci narranti delle età e dai gerghi più disparati; salti temporali di cinquant’anni, neologismi tecnologici, infiniti paragrafi di note a pié di pagina.) Eppure, quello che a me resta, è il ricordo dei venerdì e dei sabati sera, più di uno, trascorsi in casa per il piacere di non separarmi dal libro, e la sensazione netta che, per mantenere in perfetto equilibrio un materiale così ricco e articolato, qualcosa di indefinibile e potente, un qualche luogo magico dove chiunque di noi potesse ritrovarsi, Jennifer Egan, con questo suo rituale dello scrivere a mano, l’abbia raggiunto.

Tanto che non resisto, lo dico: il capitolo a cui accennavo prima è l’ultimo, «Linguaggio puro» (al secondo posto nella mia classifica personale, dopo «Safari» e prima di «Fuori dal corpo»). Rappresenta il punto da noi più distante nell’esteso arco narrativo del libro, l’idea che ha Egan di ciò che ci aspetta di qui ai prossimi anni. Riesce nella notevole impresa di essere al tempo stesso futuro e presente, famigliare ed estraneo, mostrandoci i possibili sviluppi di semi che già stanno germogliando intorno a noi, benché nascosti, e offrendoci alcune sommesse indicazioni su come prendercene cura, innestarne gli arbusti e, qualora necessario, reciderli. Isola temi che soltanto oggi, nel 2011, cominciano lentamente a farsi strada nel discorso collettivo. Ebbene, quel capitolo Jennifer Egan lo ha scritto nel 2007, con buona pace di chi non si capacita che oggi pochi, come lei, sappiano raccontarci da dove veniamo, chi siamo, ma soprattutto dove andiamo.

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