Speciale Ann Beattie
Speciale Ann Beattie

Introduzione ad Ann Beattie

Autrice di più di quindici libri, fra romanzi, raccolte di racconti e opere di non-fiction, vincitrice di prestigiosi premi letterari, presenza abituale per lunghi periodi sulle pagine del New Yorker, Ann Beattie è in America un’autrice talmente affermata da essere considerata quasi un’istituzione: insieme a Raymond Carver, è abitualmente citata fra i maestri del cosiddetto minimalismo. Ma è un’etichetta riduttiva, e un accostamento quanto mai generico.
 Certo, anche la Beattie, specie nei suoi primi libri, usa uno stile sobrio e controllatissimo e fotografa la realtà quotidiana con tratti netti e puliti, senza mai concedersi una sottolineatura sentimentale, una metafora fiorita, uno snodo di trama romanzesco. Ma, come vedrà chi vorrà leggere Gelide scene d’inverno – il suo primo libro, e l’unico attualmente in commercio in Italia, dove la Beattie, incredibilmente è stata tradotta pochissimo (un solo romanzo, nel 1982) – l’atmosfera che si respira nelle sue pagine è profondamente diversa da quella carveriana.
Perché i suoi non sono personaggi della working class, che abitano nelle roulotte e nei prefabbricati da quattro soldi, che lavorano nei diner e nelle segherie, che sono ancora capaci di andare a pesca e a caccia; i suoi personaggi sono membri di una borghesia urbana in recessione, che hanno studiato per laurearsi, trovare un buon lavoro e farsi strada nel mondo (possibilmente per cambiarlo, dato che sono freschi dei sogni degli anni Sessanta); ma alcuni si sono fermati prima, inceppati, e chi ha percorso la strada fino in fondo, sul traguardo ha incontrato soprattutto la noia. Sono personaggi arenati, ma ancora pieni di slanci e di ambizioni, di potenzialità intellettuali e di romanticismo frustrato: sono uomini e donne che potrebbero e dovrebbero essere più e meglio di quello che sono – e lo sanno benissimo. La Beattie guarda questi borghesi interrotti e – giustamente – non riesce a trattenere un sorriso: i loro drammi non sono vere tragedie e non si possono raccontare con solennità; non ci riescono neanche loro stessi.
Il minimalismo di Ann Beattie è invece intimamente percorso da una vena di ironia, un’ironia misuratissima e benigna che non diventa mai satira (sarebbe troppo facile, e ingiusto), ma sotto l’intelaiatura semplice e sobria di ogni pagina crea una costante vibrazione di umanità. I suoi personaggi – mentre sono alle prese con gli amori finiti, le famiglie disfunzionali, i licenziamenti, con tutto ciò che li fa faticare e soffrire – inciampano, balbettano, si scordano di fare la spesa, non trovano i calzini, perdono la penna, restano chiusi fuori dalla macchina, ballano sotto la doccia, si soffiano il naso e buttano il fazzoletto per terra. Sono goffi e imprecisi e buffi, proprio come noi, proprio come la vita, e sotto la scrittura compostissima di questa minimalista si agita la grazia scomposta e commovente di una serie di piccole e grandi verità: che l’amore, in fondo, è fatto di soufflé all’arancia, l’amicizia di febbre alta e di brodino, che le ex fidanzate sono fatte di brutte poesie femministe, e che le madri malate di mente, quando per l’ennesima volta le tiri fuori di peso dalla vasca da bagno, possono assomigliare a grossi squali scivolosi e farti venire da ridere.

Per scoprire più da vicino Ann Beattie e il suo mondo, vi proponiamo in questo speciale una sua intervista, i suoi gusti e un suo racconto inedito.
Ma prima di tutto, il piccolo omaggio di un collega scrittore, che la accompagnerà durante il tour italiano:

Ann Beattie in pigiama di Matteo B. Bianchi. La cosa che mi ha maggiormente colpito della biografia di Ann Beattie è un episodio precedente al suo debutto: aveva scritto e inviato ventidue racconti alla rivista The New Yorker prima che questa accettasse di pubblicarne uno nel 1974. Il ventitreesimo, A platonic relationship.
Ogni scrittore in erba mette in conto di dover subire dei rifiuti prima di giungere alla pubblicazione. Tuttavia riceverne ventidue consecutivamente (per ventidue opere differenti) credo che avrebbe annientato l'autostima di chiunque. Non è stato così per Beattie, che ha continuato con immutata costanza e dedizione a scrivere, a immaginare nuove storie, a misurarsi con se stessa. In una parola, a provarci. 
Interrogata a proposito nel 2005 dalla rivista Folio, l'autrice fornisce una risposta deliziosa. Alla giornalista che le chiede come abbia potuto mantenere questa determinazione, Ann Beattie dice: «Oh, ero giovane. A quei tempi per me "mantenere la determinazione" significava indossare un pigiama comodo prima di mettermi a scrivere ». 
È una bellissima immagine, calda e pacifica, intrisa di un'innocenza e un entusiasmo tipicamente giovanili. Una ragazza che (per sua ammissione) trovava noiosa l'università e dedicava le proprie serate alla scrittura quasi come fosse un hobby ricreativo. 
Sebbene la risposta sia così rassicurante, non posso fare a meno di calcolare che solo due anni più tardi Beattie avrebbe debuttato in libreria con ben due volumi, il romanzo Gelide scene d'inverno e subito dopo la raccolta di racconti Distorsions. È dunque probabile che anche quei materiali derivassero dalle sue sedute notturne. Leggendo il romanzo non si può che rimanere stupiti per l'abilità con la quale l'autrice illustra i complessi rapporti sentimentali che uniscono i protagonisti, il ritmo irresistibile dei suoi dialoghi, la maturità della prosa. Un livello altissimo per un romanzo d'esordio, che lascerà stupefatto più di un critico. Quindi quella scrittrice impegnata nella stesura di un libro di tale valore è la stessa persona che riceveva un rifiuto dopo l'altro.
Ciò che mi chiedo allora non è come abbia potuto mantenere la determinazione, quanto piuttosto come abbia potuto non soccombere, con un simile talento e il suo continuo mancato riconoscimento.
Basta un piccolo conforto casalingo a fornire la forza necessaria? Forse Ann Beattie sta minimizzando in maniera brillante un periodo fatto sì di entusiasmo, ma anche di incertezze e difficoltà?
Non lo so, ma mi piace pensare che sia andata davvero come lei la racconta.
Allora voglio ringraziare personalmente quei pigiama comodi e coloro che li hanno regalati all'autrice, perché hanno permesso a lei di proseguire il suo percorso narrativo ma soprattutto a noi di scoprire una scrittrice straordinaria.

Google+