Speciale Cattedrale
L'introduzione

Mai stato meglio in vita mia

È finalmente uscito Cattedrale e non potevamo non celebrare l'evento con uno Speciale dedicato a Raymond Carver. Qui trovate i racconti, i ricordi, le dichiarazioni d'amore per Ray del suo editore italiano, del suo traduttore, di tutti gli scrittori che l'hanno letto e preso a modello, del suo migliore amico che ha scritto un romanzo sulla loro giovinezza. Poi ci sono due pagine inedite dei suoi illeggibili taccuini e tutto quello che avreste voluto sapere su di lui raccontato dalla voce di chi lo ha conosciuto. Buona lettura!


***


Questo mio amico teneva in casa i suoi libri divisi per editore anziché per autore o per argomento (la cosa deve aver avuto una qualche influenza sulla mia vita: ma allora non potevo ancora saperlo, perché il giorno di cui sto per parlarvi risale almeno a una dozzina di anni fa, e minimum fax non esisteva nemmeno nei miei pensieri).
Quella domenica mattina, ancora in pigiama, ricordo di aver passato in rassegna tutti gli scaffali di casa del mio amico per decidere cosa portarmi da leggere in bagno. 
C’era un libro di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai letto: aveva l’aria di essere uno di quelli che vorremmo conservare in perfetto stato ma che appartenendo alla schiera dei libri che ci piacciono tanto li rileggiamo spesso, e allora sono un po’ rovinati. Un bel po’ rovinati. Era un paperback mezzo scollato, da cui spuntavano qua e là delle pagine che si erano staccate. Il libro era stretto fra altri Oscar, e ricordo di aver tirato l’angolo alto del dorso verso di me per far sì che un lembo del libro uscisse dallo schieramento, rompendo le righe.

Ho preso il libro e mi sono avviato verso il bagno. Il mio amico era al telefono con la zia, e gli sentivo dire cose che riguardavano anche me, il fatto che ci fosse questa persona a casa sua, nel modo vago e allusivo in cui si parla al telefono cercando di non farsi capire da chi ti sta vicino nella stanza. Ho chiuso la porta del bagno, e ho sistemato lo sgabello di legno davanti a me, mi sono abbassato i pantaloni e mi sono seduto. Ma non l’ho usato, lo sgabello, per appoggiarci il libro. Il libro dovevo tenerlo in mano per evitare che alcune delle pagine staccate cadessero a terra. Sentivo la voce del mio amico al telefono in sottofondo. Bisognava lasciare aperto solo quello spiraglio che basta a leggere fino alla fine della riga, o fin dall’inizio. Se l’avessi appoggiato sullo sgabello, avrei dovuto distenderlo completamente, a rischio di rovinarlo del tutto. E questo, ho pensato, doveva essere il modo in cui il mio amico aveva letto l’Oscar che avevo in mano. O forse il modo dissennato in cui doveva aver letto tutti i suoi libri, a giudicare da come mi erano parsi rovinati, tutti quanti, poco prima mentre cercavo il mio.

Il mio libro era Cattedrale, di questo tale Raymond Carver di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai letto. Sì, sì, avevo letto quella sua famosa intervista in cui diceva che passava ore a scrivere in garage, seduto in macchina, perché quello era il solo posto dove si trovava un po’ di pace in casa sua. E questa era tutta la mia conoscenza di Carver, quella domenica mattina. 
Poi ho iniziato quel libro, quel primo racconto, che iniziava con le parole «questo mio collega di lavoro», come se stesse riprendendo un discorso lasciato a metà poco prima...

Ora sono passati anni, davvero non so più nemmeno quanti, da quella domenica mattina. C’è tutta una vita in mezzo, fra quella domenica lì e questo giovedì sera qui, di adesso, mentre scrivo. In mezzo cosa c’è stato? 
C’è stato che da quella mattina lì io ho iniziato a diventare pazzo di Raymond Carver. Ho iniziato a comprare tutti i suoi libri, e imparato a leggerli centellinandoli, perché due racconti di seguito erano una mazzata e ci voleva qualcosa – un capitolo di manuale di Diritto Privato, un film al videoregistratore – da metterci in mezzo. Ho iniziato a organizzare dei laboratori di scrittura perché volevo capire da dentro che cos’era questa benedetta «scrittura creativa» di cui parlava il tizio in questione. Poi con gli amici conosciuti a questi laboratori ho iniziato a fare una rivistina e un giorno è capitato che ci abbiamo messo dentro una poesia di questo signore, questo Carver: e, ragazzi, non potete immaginare che emozione (quella rivista pochi ce l’hanno ancora: si arrotolava tutta, il nero dell’inchiostro si sbiadiva, ma era fatta così, destinata a non durare, per sua natura, «la prima rivista via fax»). Poi ho iniziato a dire in giro, quando la gente mi chiedeva «chi è il tuo scrittore preferito?» (la domanda, per la piega che stava prendendo inaspettatamente la mia vita, aveva iniziato a sostituire quelle altre domande che fanno da metronomo alle epoche brevi della vita tipo per quale squadra tifi?, per te chi è la più carina della classe?, a che corso di laurea ti iscrivi? che fai quest’estate?) a dire in giro che lo scrittore in questione era Raymond Carver. Poi ho iniziato a diventare non solo appassionato, ma ossessionato da Carver, e una volta ho fatto un pellegrinaggio a casa sua, anche se lui era morto già da qualche anno: con tanto di visita al cimitero, serate intere perso fra i suoi archivi, e perfino una notte passata nella sua biblioteca, a dormire su un divano-letto. Lì, nella casa di Port Angeles, ho scoperto che esistevano dei libri di poesie di Carver che in Italia non erano mai stati tradotti: una delle poesie era quella uscita su quella rivistina via fax che nel frattempo già non si pubblicava più. E allora io che (ah già!) nel frattempo avevo iniziato a fare l’editore, insomma capitò che io facevo l’editore e avessi l’opportunità di pubblicare un libro di poesie di quel tizio lì, di quello che scriveva in macchina, del Mio Scrittore Preferito. E poi arrivò un altro libro di poesie, e poi uno di poesie, saggi e racconti tutti mischiati. E poi mentre passavano gli anni e io avevo questo mio scrittore preferito di cui avevo pubblicato un paio di libri, ma i suoi libri di racconti, i suoi libri più famosi continuavano a essere pubblicati in Italia da altri editori, in quelle edizioni che si scompaginavano, in quelle edizioni proprio come quella che mi ero portato in bagno quella famosa domenica mattina, insomma poi arrivò un giorno, no: arrivò una notte che io e il mio socio Daniele (uno di quelli che aveva fatto quei corsi di scrittura con me, qualche anno prima) – io e Daniele eravamo in ufficio: eravamo in ufficio perché nel frattempo avevamo messo su perfino un ufficio, e in quest’ufficio una notte (sì, sì, una notte, perché c’erano questioni di fusi orari e di lettere che dovevano arrivare dall’America, quel giorno, che aspettavamo esausti dopo giorni e giorni e notti e notti di trattative, di fax, di offerte e rilanci, nel tentativo di far avverare questo nostro sogno piccoletto e grandissimo) una notte ci vedemmo arrivare da quello stesso fax da cui anni prima spedivamo la nostra rivistina via fax che adesso non esisteva più (no, no, non da quello stesso fax: questo non aveva più la carta termica, questo stampava i fax su normali fogli A4), insomma io e Daniele ci vediamo arrivare un fax che spunta a testa in giù (e davvero ce lo vediamo arrivare, perché non si sentiva nulla, non c’era una suoneria a questo nostro fax: faceva solo un «t-tic» appena percettibile per un orecchio umano, ma quella sera, eh quella sera i sensi erano amplificati e prima che il t-tic potesse sentirsi per intero noi eravamo già scattati in piedi davanti a quel mobile basso che ancora oggi che ha un’altra funzione ed è in un’altro ufficio viene chiamato «il mobile del fax») e insomma io e lui ci mettiamo di fronte al fax, col collo tutto girato per capire cosa esce scritto e vediamo costruirsi davanti a noi, da dentro al fax che ci scivola incontro piano piano dentro un foglio A4, una scritta a pennarellone nero, una scritta che quando il fax sarà tutto arrivato e il foglio avrà fatto quello scattino con un bip lungo che significa che è finito, e quando lo prendiamo e lo giriamo e ce lo guardiamo ben bene prima di guardarci negli occhi io e lui, quella scritta dice: «cari Marco e Daniele, come ci si sente a essere gli editori italiani di Raymond Carver?» 

Oggi è uscito Cattedrale (il libro di quella domenica mattina, uguale identico, ma tutto diverso: c’è un nuovo traduttore, un nuovo editore, una nuova copertina, con una «m» in basso a destra). Esce Cattedrale e, che vi devo dire? Ci si sente proprio bene, a essere gli editori di Raymond Carver. Vi giuro: mai stato meglio in vita mia.

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