Speciale Jennifer Egan
Intervista

Intervista a Jennifer Egan

Di cosa parla il tuo libro? Mi rendo conto che sembra una domanda stupida e banale, ma nel caso di Il tempo è un bastardo, che non è un romanzo tradizionale con una trama tradizionale, la risposta non è scontata, e vorrei sapere la tua.
La mia risposta a questa domanda non mi lascia mai del tutto soddisfatta: è uno di quei libri che sono difficili da descrivere anche per il loro stesso autore. I temi fondamentali sono il tempo e la musica, e il romanzo segue due personaggi principali – un produttore discografico e la sua assistente – facendo avanti e indietro lungo il corso delle loro vite (e di quelle di una serie di persone a loro collegate) nell’arco di quasi cinquant’anni, dal 1973 a dopo il 2020. I capitoli sono tutti diversi fra loro per tono e atmosfera, come in un concept album musicale. Il principio organizzativo non è la domanda: “come va avanti la storia?”, tipica di un romanzo più convenzionale, ma il trasferirsi della curiosità da un personaggio all’altro, da una situazione all’altra.

Il romanzo è in effetti costituito da una serie di racconti collegati. Come è nato? Quando hai scritto ciascun capitolo, ciascun racconto, sapevi già che avrebbero fatto parte dello stesso libro? Che differenza c’è, per te, fra lavorare su un romanzo e su un racconto, e scrivere Il tempo è un bastardo a quale delle due cose assomigliava di più?
L’unica differenza fra lavorare su un romanzo e su un racconto, per me, è una differenza di scala. Di base, li scrivo nello stesso modo: a mano, in uno stato quasi di trance, di incoscienza. Poi analizzo, pianifico e strutturo il tutto meticolosamente, prima di cominciare la revisione, che porto avanti in maniera più intuitiva (ancora a mano, sulla carta). Scrivere Il tempo è un bastardo è stato un po’ come lavorare al tempo stesso su un romanzo e su dei racconti: l’ho scritto per parti, ma avendo ben chiaro in testa che quelle parti sarebbero confluite a formare un unico libro. All’inizio non mi ero resa conto che ne sarebbe venuto fuori un libro: mi sembrava di scrivere racconti solo per prendere tempo, per evitare di scrivere un altro romanzo. Ma mi sono accorta che con l’immaginazione tornavo di continuo su quel materiale, e alla fine ho lasciato che la mia curiosità ci entrasse dentro e lo esplorasse fino in fondo. Tutto il processo è stato molto intuitivo.

Leggendo Il tempo è un bastardo non si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera di “letteratura femminile”. Tu pensi che il fatto di essere una donna abbia qualche tipo di impatto sulla tua scrittura? E più in generale: ci sono dei tratti specifici che distinguono la scrittura femminile da quella maschile? (Immagina di fare un test alla cieca: secondo te è facile o difficile, nella maggior parte dei casi, indovinare il sesso di un autore a partire da un suo testo?)
A me non sembra che gli uomini e le donne scrivano in maniera diversa, anche se in realtà non posso dirlo con certezza, perché di solito so già prima di cominciare a leggere se l’autore di un testo è maschio o femmina. In genere si tende a pensare che le donne siano più orientate verso storie domestiche, ma questo non vale affatto per me o per le scrittrici che guardo con venerazione: Edith Wharton, Jean Rhys, Doris Lessing, Joyce Carol Oates. Anzi, penso che si possa affermare che è la narrativa americana scritta dagli uomini ad aver preso, negli ultimi anni, una direzione più intimista, concentrandosi sull’ambito familiare. Insomma, io a quegli stereotipi non ci credo, però sono convinta che il fatto di aspettarsi che le donne scrivano – o debbano scrivere – in una prospettiva più domestica spesso crei ansia e tarpi le ali a giovani scrittrici che magari avrebbero voglia di parlare di tutt’altro. Io invece le incoraggerei sempre a correre rischi, a essere ambiziose, e a non preoccuparsi di cosa ci si aspetta da loro!

Il tuo libro sembra commentare esplicitamente una serie di aspetti della cultura di massa contemporanea (la specialista in public relations che lavora per un dittatore; il giornalista di gossip che molesta la giovane attrice di cui deve scrivere un profilo; i “pappagalli” che vengono pagati per creare interesse sui social network attorno a certi prodotti o personaggi): tu pensi che questo sia proprio un compito che gli scrittori di narrativa devono darsi, al giorno d’oggi? La letteratura di pura evasione abbonda, ma secondo me la letteratura di qualità dovrebbe rappresentare una sfida per il lettore, fargli vedere il mondo in maniera diversa, non soltanto coccolarlo trasportandolo in un comodo universo di finzione. Per questo mi sembrano preziosi i romanzi che affrontano seriamente la cultura e la società contemporanea. Ma non vorrei che sembrasse una campagna in favore di una sorta di realismo socialista, o di una scrittura politica militante...
Posso parlare solo a titolo personale, ma la letteratura che mi interessa di più è quella che mi sembra rapportarsi profondamente con la cultura che la circonda. Il che non significa che voglio sempre scrivere libri che affrontano la cultura di massa in maniera diretta, come avviene in Il tempo è un bastardo. Il mio precedente romanzo, The Keep, è un thriller con elementi dark e fantastici, e come gran parte della letteratura “gotica” è ambientato in un mondo un po’ irreale che sembra avere qualche grado di separazione dalla realtà. Eppure le questioni che mi interessava sviscerare in The Keep partivano proprio dalla cultura contemporanea, e in particolare dalla tecnologia: mi interessava il parallelo fra l’universo del romanzo gotico (in cui sembra imprescindibile l’elemento della comunicazione soprannaturale) e il nostro attuale stato di perenne comunicazione virtuale, in cui siamo continuamente circondati da presenze incorporee. In quel romanzo, avventurarsi in un universo fantastico diventava un altro modo per affrontare la cultura contemporanea: il che credo rispecchi la mia tendenza a scrivere in quella direzione.

Una delle cose che mi piacciono di più del tuo libro è che le storie dei personaggi non sembrano mai andare dove ci si aspetterebbe che vadano. Verso la fine di “Safari” apprendiamo che la giovane amante del protagonista che lo tradisce finirà per diventare la madre dei suoi figli; in “Fuori dal corpo”, la rivalità fra due ragazzi per una ragazza si trasforma in attrazione reciproca; in “Voi” scopriamo che il produttore discografico dall’aria marpiona che andava a letto con le minorenni nel corso degli anni ha creato attorno a sé una comunità di persone legate da vero affetto. E nessuno di questi sviluppi viene presentato come un grande colpo di scena: al contrario, l’effetto viene il più possibile smorzato. È bello, perché la vita funziona perlopiù così, mentre i romanzi e i film presentano spesso narrazioni troppo “ordinate” che sembrano forzate e false. A me sembra che tu lasci i personaggi liberi di vivere la propria vita senza sovrimporci una “trama” o una morale. Che ne pensi?
Uno dei motivi per cui le traiettorie dei miei personaggi sembrano spesso imprevedibili è che io stessa non ho idea di cosa gli succederà, mentre ne scrivo. Cerco le mosse istintive, spiazzanti: quelle che non ti aspetti. È questo che mi diverte, quando scrivo. Tutto il mio processo di scrittura mira a rendere possibili queste sorprese. Quando leggo, detesto provare un senso di familiarità: mi fa passare la voglia di andare avanti. Per come la vedo io, uno sviluppo ovvio della trama è utile soltanto nella misura in cui può essere evitato e stravolto.

Mentre scrivevi il libro ti sei particolarmente affezionata a uno dei personaggi? Quale? C’è qualcosa di autobiografico in qualcuno di loro?
Raramente in quello che scrivo ci sono elementi autobiografici, perché scrivo proprio per evadere dai confini della mia vita, e non riesco a provare questa sensazione se ho in testa me stessa o delle persone che conosco. Forse il personaggio di cui mi sono più divertita a scrivere è stato Bennie Salazar, ma in realtà me la sono goduta parecchio con tutti. Lou è una specie di demonio, ma mi è piaciuto da morire scrivere di lui. Spesso i miei preferiti sono i personaggi maschili, perché sono quelli che sento più lontani da me. Comunque, credo di non essermi mai divertita tanto a scrivere un libro quanto stavolta.

Ti senti parte di una comunità di scrittori? Pensi, ad esempio, che parlare di letteratura con altri autori, scambiarsi pareri sui propri testi, ecc. ti sia utile? O preferisci tenerti a distanza dall’ambiente letterario e passare la maggior parte del tuo tempo con la famiglia e gli amici?
Ho un gruppo di scrittura da cui sono profondamente dipendente, ma è composto di persone i cui nomi con ogni probabilità non ti direbbero nulla. In termini di condivisione del vero e proprio processo di scrittura, sono loro la mia comunità, e non saprei cavarmela senza di loro. Spesso gli porto pezzi appena scritti, ancora non rifiniti, giusto per fargliene tastare il polso (e a volte, ahimè, il polso non batte proprio!). Più in generale, conosco in effetti molti scrittori a New York, ma quelli che tendo a frequentare più spesso sono quelli i cui bambini sono amici dei miei. Tutto considerato, comunque, direi che non bazzico molto la scena letteraria: non voglio stare tutto il tempo a pensare a cosa sta succedendo nel mondo dell’editoria. New York è una città enorme, dove si fanno un sacco di cose, e questo è uno dei motivi per cui la adoro. Posso benissimo scordarmi chi sono e cosa sta succedendo nel mio ambito professionale.