Ann Beattie

Autrice di decine di racconti pubblicati sulle pagine del sofisticatissimo New Yorker, ma anche di romanzi best-seller da centinaia di migliaia di copie; selezionata fin dalla sua opera prima per la diffusione di massa tramite il Club degli Editori, ma anche consacrata dai critici e dalle grandi istituzioni culturali come una delle grandi maestre della letteratura contemporanea americana, Ann Beattie è veramente, come la definiva nel 1976 la recensione del New York Times al suo primo romanzo, «una scrittrice per ogni tipo di pubblico»: capace di unire l’accessibilità all’altissima qualità della scrittura. È sorprendente, dunque, che sia rimasta finora praticamente ignota ai lettori italiani (il suo unico romanzo tradotto nel nostro paese è stato pubblicato nel 1982, ed è da tempo fuori commercio).
Ann Beattie nasce a Washington l’8 settembre del 1947, in una famiglia middle-class piuttosto conservatrice (il padre ha un impiego nell’amministrazione pubblica, la madre, dopo la nascita della figlia, smette di lavorare per dedicarsi esclusivamente alla vita domestica); trascorre un’adolescenza normale, piuttosto solitaria e noiosa, si diploma in inglese presso la American University di Washington nel 1969 e continua gli studi – senza particolari ambizioni – presso l’Università del Connecticut. Ha in progetto di diventare insegnante, e comincia a scrivere racconti per puro passatempo. Non frequenta nessun laboratorio o comunità di scrittori, ma trova un mentore nel critico e poeta J.D. O’Hara, professore presso la stessa università, che si offre di leggere i suoi manoscritti e darle consigli. È O’Hara a inviare, di sua spontanea iniziativa, alcuni racconti della Beattie al New Yorker: la giovane esordiente viene notata e incoraggiata dall’editor Roger Angell, ma le ci vorranno ventuno tentativi prima che un suo racconto venga pubblicato sulle pagine della rivista. È il 1972, Ann Beattie ha solo venticinque anni, ed è l’inizio di una luminosa carriera.
Fra il 1973 e il 1976 rimane all’Università del Connecticut: prepara il dottorato e insegna alle matricole, ma di fatto tutte le sue energie sono investite nella scrittura. Nel 1976 escono contemporaneamente, per il grande editore newyorkese Doubleday, una raccolta di racconti, Distortions, e il romanzo Chilly Scenes of Winter. Il successo è immediato e fioccano i paragoni illustri, con Salinger, Cheever e Updike, ma la voce della Beattie appare da subito unica: la prosa cristallina e senza fronzoli, l’attenzione al dettaglio concreto e il rifiuto di ogni appesantimento psicologico o intellettuale, i dialoghi al tempo stesso realistici e stranianti nella loro vacuità (si nota l’influenza del teatro dell’assurdo beckettiano) sono gli strumenti con cui si raccontano le storie di giovani istruiti della East Coast che vivono il riflusso della controcultura degli anni Sessanta nella noia borghese dei Settanta: lavori d’ufficio, carriere ristagnanti, matrimoni malriusciti, vaga nostalgia, frustrazione, schiacciante passività. All’azione, alla trama romanzesca, si sostituiscono i puri gesti e le parole dei personaggi e l’ambiente umano e materiale in cui si muovono, specchio perfetto dei loro fallimenti e delle loro ossessioni.
Dopo qualche anno trascorso presso l’Università della Virginia e quella di Harvard – durante questo periodo esce una seconda raccolta di racconti, Secrets and Surprises – la Beattie abbandona l’insegnamento e si lascia alle spalle il matrimonio con lo scrittore David Gates, che aveva sposato durante gli anni del dottorato; nel 1980 si trasferisce a New York.
Abita a Manhattan, continua a pubblicare racconti sul New Yorker (dove per un certo periodo è addirittura l’autore di narrativa ospitato con più frequenza) e altre riviste, ma evita i salotti letterari, i pranzi con i recensori, la mondanità. Nel 1980 esce Falling in Place, scritto in tempi rapidissimi lavorando fino a diciotto ore al giorno: è un romanzo più ambizioso del precedente e meno generazionale, con una gamma più articolata di personaggi, che vanno da un pubblicitario quarantenne a suo figlio sulle soglie dell’adolescenza. La recensione del New York Times commenta così: «È come passare dalla tv in bianco e nero a un film a colori. [Questo romanzo] dimostra che Ann Beattie non è più una semplice autrice di nicchia o una giovane narratrice ‘interessante’, ma una scrittrice dal talento prodigioso in continuo sviluppo, che ha cominciato a diventare adulta». Eppure, in un’intervista al New York Times del 1980, l’autrice confessa di sentirsi ancora «una pasticciona» quanto alla forma romanzo: prima di Falling in Place, ad esempio, aveva scritto ben 400 pagine che alla fine non hanno mai visto la luce. «Non mi ci vedo proprio a scrivere un altro romanzo», dice. «Ma d’altronde, non mi ci vedevo neanche a scrivere questo!»
La predilezione per la narrativa breve continuerà per tutta la sua carriera: «Non so spiegare come mai preferisco i racconti», commenta in un’intervista alla rivista Folio nel 2006, «se non dicendo che, quelle poche volte che ottengo una prima stesura già molto buona, là per là la gratificazione è immensa: d’improvviso mi ritrovo per le mani una piccola cosa che prima non esisteva, con un inizio, un centro e una fine. Ma tuttora non riesco a leggere da cima a fondo tanti racconti considerati ‘classici’, quelli che si trovano nelle antologie scolastiche. Forse molti di noi scrivono proprio con l’intento di mettere al bando quelle antologie. Se pensate di sapere che cos’è un racconto, leggete Thom Jones, Joy Williams, Deborah Eisenberg, Lorrie Moore, Alice Munro, Richard Ford».
Il suo libro successivo è in effetti una raccolta di racconti, The Burning House, in cui la Beattie continua a presentare le storie dei personaggi che conosce meglio, ex hippie esistenzialmente alla deriva che alla libertà preferirebbero dei legami stabili e significativi. Scrive Margaret Atwood recensendo il romanzo per il New York Times: «Non ci sono più vincoli che legano [i personaggi] in maniera sicura e definitiva: impieghi, matrimoni, l’impegno richiesto dall’amore, perfino il ruolo di genitore o di figlio: tutto è in uno stato di flusso. E dunque tutto è provvisorio, va reinventato dall’oggi al domani, nessuno può dipendere da nessuno. Queste non sono storie di suspense, ma di sospensione».
Nel 1984 Ann Beattie lascia New York, infastidita dal ritmo frenetico della città, e si trasferisce a Charlottesville, in Virginia, dove conosce e sposa il pittore Lincoln Perry, insegnante alla locale università, con cui vive tutt’oggi fra Charlottesville, York (nel Maine) e Key West (in Florida). Nel 1985 pubblica Spectacles, un libro per ragazzi, e Love Always, un altro romanzo, scritto nella pace di una residenza estiva in Vermont. Basato sulle vicende di un gruppo di ex hippie trasformatisi in yuppie che lavorano presso una rivista alla moda, viene definito da Alice Hoffmann «il suo romanzo più comico fino a oggi, [ma in cui l’autrice] pone anche alcune domande molto serie sulla propria attivit88 artistica, all’interno di una struttura ironicamente modellata su quella delle soap opera».
Nel 1986 esce Where You’ll Find Me, una raccolta di racconti in cui la Beattie sembra distillare al massimo la sua scrittura secondo quelli che verranno considerati i canoni del minimalismo: solo due dei racconti superano le undici pagine.
La rapidità di scrittura dei primi anni della carriera si attenua con il passare del tempo: Picturing Will, il successivo romanzo, vede la luce dopo una genesi durata tre anni. Con più di 100.000 copie vendute, è il suo maggiore successo commerciale. Incentrato sulle vicende di Will, un bambino di cinque anni abbandonato dal padre, e di sua madre, fotografa di matrimoni con ambizioni artistiche, il libro è più complesso dei precedenti sul piano stilistico e strutturale. Secondo T. Coraghessan Boyle «è il suo romanzo migliore dai tempi di Chilly Scenes of Winter; ha una profondità e un movimento che sono una rivelazione».
Seguono la raccolta di racconti What Was Mine, del 1991 (in cui l’autrice amplia il suo repertorio più consueto, grazie a un racconto ambientato in Europa, un esperimento di metafiction, due storie con voce narrante maschile), e due romanzi dalla storia travagliata. Il primo, Another You (1995), intreccia una tipica trama da campus novel – quella di una coppia di coniugi in crisi in una cittadina universitaria del New England – con gli stilemi del romanzo epistolare (la vicenda principale è intervallata da stralci di lettere che vi si riagganciano solo alla fine), e nasce da una prima versione di 350 pagine che la Beattie, insoddisfatta, non mostra a nessuno, scarta e riscrive integralmente, rischiando di far saltare i tempi previsti per la pubblicazione. Alla fine, si dichiara ancora una volta scettica sull’eventualità di dedicarsi in futuro alla forma romanzo. Ma vi ritorna nel 1997 con My Life, Starring Dara Falcon, la storia di una Madame Bovary dei nostri giorni che ricorda il suo rapporto giovanile di fascinazione/ repulsione nei confronti di una ragazza egocentrica e ribelle, la Dara Falcon del titolo. Il libro viene stroncato da una recensione di Michiko Kakutani sul New York Times, che suscita anche reazioni in senso contrario, ma di fatto lo condanna a un immeritato insuccesso editoriale.
Viceversa, Park City, del 1998 (che contiene una selezione di racconti tratti dalle precedenti raccolte, più otto del tutto nuovi), consacra Ann Beattie come maestra della narrativa breve. «È un libro», commenta Lorrie Moore, «che dovrebbe guadagnarle l’ammirazione degli autori e dei lettori di racconti di tutto il mondo, perché ci ricorda con forza l’incrollabile, appassionata, duratura e insuperata devozione di Ann Beattie a questa forma espressiva».
Nella successiva raccolta, Perfect Recall, del 2001, il minimalismo degli anni Ottanta viene ulteriormente superato: i racconti hanno un andamento disteso, un registro spesso elegiaco, sono più ricchi di eventi (a volte bizzarri) e di coloriture sentimentali.
Nel 2001, dopo più di vent’anni, Ann Beattie torna all’insegnamento: ottiene una cattedra di scrittura creativa presso l’Università della Virginia a Charlottesville, incarico che continua tuttora a ricoprire. Ma l’attività accademica non ha ostacolato quella letteraria: nel 2002 è uscito il romanzo The Doctor’s House e nel 2005 la raccolta di racconti Follies, che ha ricevuto dalla stessa Kakutani un’accoglienza ben più favorevole: «Non è stato facile per Ann Beattie compiere la transizione dal suo stile degli esordi, largamente imitato (quello fatto di narrazioni ellittiche, prive di commento autoriale ma piene di dettagli contemporanei e brillanti schegge di dialogo), a un approccio più introspettivo e basato su trame ben strutturate. Fortunatamente, con Follies la Beattie ha ripreso il ritmo giusto, e ci dona alcune delle sue creazioni narrative più convincenti dall’inizio degli anni Novanta». Sempre nel 2005, la Beattie collabora al volume Lincoln Perry’s Charlottesville, dedicato alla produzione pittorica del marito, in cui è autrice di un saggio introduttivo e di un’intervista allo stesso Perry. (Di arte si era occupata già nel 1987, scrivendo una monografia sul pittore Alex Katz accompagnata dalle riproduzioni di alcune sue opere.)
Il 2005 è anche l’anno in cui vince il prestigioso Rea Award for the Short Story, l’ultimo di una serie di riconoscimenti che va dal premio letterario dell’American Academy of Arts and Letters (1980) al PEN/Malamud Award per la narrativa breve (2000). Ma probabilmente non l’ultimo della sua carriera, visto che la passione per la scrittura in lei non accenna a spegnersi: «Certo, i premi li accolgo con piacere», dice in un’intervista del 2006 alla rivista Narrative, «ma non ne tengo neanche uno incorniciato alla parete. Quello che importa è scrivere il libro. Quello che importa sono le storie. Mi piace scrivere e mi piacciono i racconti. Mi piacciono proprio fisicamente. Mi piace vederli in forma di manoscritto. Mi piace tenerli in mano».

(profilo bio-bibliografico a cura di Martina Testa)

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Gelide scene d'inverno (Beat) minimum fax, 2017
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