Magazine agosto 2010
Capitan Salgari

“Bel tipo quel letterato!... Un omettino magro, fra i trenta ed i quaranta, dai baffi biondi, tutto nervi e muscoli.
Se godesse una bella fama come letterato, io non lo so.
Si piccava però di essere una celebrità, ma io credo che i suoi famosi lavori dormissero negli scaffali polverosi dei librai.
Tipo alla buona del resto, buon compagnone, e soprattutto vero bohémien di istinti randagi.
Si diceva che aveva girato mezzo mondo e forse era vero perché parlava dell'America e della China come se non avesse abitato altri paesi.
Arenatosi in patria, aveva conservato però le sue abitudini randagie, percorrendo tutte le città della bassa, della media e dell'alta Italia, senza fermarsi in alcun luogo più d'un mese.”
La descrizione di Roberto, uno dei letterati bohémiens, che frequentano la “topaia artistica” di via delle Scuole, è il fedele autoritratto del Capitano Salgari.
La mattina che mi è stato chiesto di scrivere del film su Emilio Salgari che minimum fax media sta producendo, per la regia di Marco Serrecchia, accendevo il pc per la prima volta dopo una settimana di vacanza e raccogliendo le idee di tutto il lavoro fatto quest’anno sul progetto ho buttato un occhio al mio oroscopo sull’Internazionale. Brezsny dice dei Pesci per questa settimana:
«La mia amica Erica è andata da un erborista cinese a chiedere aiuto per un problema di pelle che altri sei medici non erano riusciti a guarire. “È una malattia molto rara”, le ha detto l’erborista. Secondo lui c’era solo una cosa da fare: andare nelle paludi di Ruoergai nel Sichuan, in Cina, trovare un’aquila dalla coda bianca, raccogliere i suoi escrementi e applicarli sulla pelle. La prospettiva era scoraggiante perciò Erica ha deciso di farlo solo con la fantasia. Dopo una settimana, la sua pelle è migliorata. Dopo ventuno giorni era quasi guarita. La morale della storia è: visualizzare un’eroica missione risanatrice può aiutarti a risolvere un problema».
E subito m'illumino, non è questo che faceva Emilio Salgari?
Esigenze di sogno, d’evasione, il desiderio di stupirsi, la fame d’esotismo. Il “falso Capitano” che raccontava di aver visitato mezzo mondo senza aver mai lasciato l’Adriatico, ma che questo mondo aveva davvero conosciuto e visitato “attraverso gli occhi” di esploratori della tempra del veronese. Una strana figura di letterato errante che senza la minima paura si muoveva tra animali feroci e tagliatori di teste, che aveva imparato a conoscere e rispettare l’umanità più pericolosa al punto che la sola cosa che temesse veramente erano le malattie.
Il linguaggio delle passioni simulate, insomma, ma non per questo meno attraenti. Salgari narra ciò che il lettore vorrebbe essere: chi non vorrebbe per una volta trovarsi nei panni di Sandokan o del Corsaro Nero? Chi non vorrebbe provare spasimi amorosi che avranno per sicuro premio fanciulle da sogno, adolescenti dalla pelle immacolata, labbra di corallo e denti bianchissimi?
Quando mi sono trovata a collaborare per la realizzazione di questo documentario ho percepito immediatamente quale fosse l’entità del debito intellettuale che tanta letteratura ha verso questo scrittore, io stessa ho un legame stretto con Salgari. Sandokan è stato forse il primo libro che ho letto, tornavo da scuola e passavo i pomeriggi a casa di mia nonna a leggere e rileggere i “fotoromanzi” con Kabir Bedi, chi non ricorda lo sceneggiato televisivo o almeno la sigla…
Scorre il sangue... nelle vene
Forte vento... nella notte calda si alzerà!
Sandokan! Sandokan!
Giallo il sole la forza mi dà
Sandokan! Sandokan!
dammi forza ogni giorno ogni notte il coraggio verrà...
E quando Sandokan rivolgendosi a Marianna, la Perla di Labuan, dice di sé:
Con te non posso mentire. Tu devi sapere chi sono.Il mio è il nome di un pirata…un nome che desta solo paura…un nome che annuncia il fuoco e la morte.
L’eroe salgariano non può mai assaporare la piena vittoria: o sconfigge i nemici ma rinuncia all’amore o per seguire l’amore deve piegarsi alle armi nemiche e rinunciare alla guerra.
Per noi è stato un anno speso all’insegna della ricerca e della documentazione, un passaggio inevitabile per chi si vuole cimentare con un’opera del genere, ma che in questo caso è stata davvero tempestosa. Il Capitano è stato il primo falsificatore di sé stesso e della sua vita; a cominciare da sua moglie Ida Peruzzi, subito ribattezzata Aida. Nel corso degli ultimi cento anni le opere di Emilio Salgari sono state le più inquinate, falsificate, mistificate, smontate e rimontate, malamente pubblicate di tutta la storia della letteratura italiana.
L’intenzione di questo film è quella di raccontare Emilio Salgari da un punto di vista finora inesplorato soffermandosi sugli ultimi venti anni della sua vita, gli anni torinesi. Fu un periodo floridissimo per il Salgari scrittore, che vide pubblicate alcune delle sue opere più importanti, quelle del cosiddetto “ciclo dei pirati della Malesia”, ma allo stesso tempo fu un periodo tragico per il Salgari uomo, che piombato in uno stato di forte malessere si tolse la vita nei pressi della sua abitazione.
Sono gli anni in cui si consuma la parte più emblematica della sua vita, che si trasforma prima lentamente, poi sempre più vorticosamente, nel cliché dello scrittore misero e infelice. Ma com’è arrivato a questa misera fine il più importante romanziere italiano d’avventura?
Partiamo dalla città in cui viveva in quell’epoca, Torino.
Il legame con questa città è controverso. Da un lato la città in quegli anni appariva come un luogo monotono e grigio agli occhi dello scrittore, ma dall’altro ha saputo offrirgli le fonti letterarie, gli stimoli e gli incontri importanti per la sua inesauribile produzione letteraria.
Con questo film si cerca di ritrovare quelle connessioni che legarono Salgari alla sua personale geografia torinese, seguendo i suoi percorsi all’interno della città e recuperando “l’aria” della Torino di fine secolo, ripercorrendo parallelamente la geografia fantastica dei suoi romanzi, il suo “monde à part” composto di luoghi esotici, affascinanti e lontani: un atlante che esisteva solo nella sua mente fantasiosa.
Il documentario infine tenta di delineare i punti cardine della geografia interiore del Salgari uomo, quella che lo spinse al suicidio, esplorando la sua ultima abitazione di Corso Casale a Torino e ricostruendo i suoi ultimi anni di vita attraverso il suo noto e disperato epistolario.
Nel film si alterneranno questi tre diversi percorsi salgariani, che rappresentano altrettanti piani narrativi lungo un filo conduttore che seguirà cronologicamente gli ultimi vent’anni di vita dello scrittore fino alla sua morte il 25 aprile del 1911.
Vado a morire nella valle di S. Martino, presso il luogo ove andavamo a far colazione. Si troverà il mio cadavere in uno dei burroncelli che voi conoscete, perché andavamo a raccogliere i fiori.
Il 2011 sarà l’anno di Emilio Salgari che tra il centenario della sua morte e il centocinquantenario dell’Unità d’Italia sarà al centro di eventi e manifestazioni culturali. Minimum fax media proprio in questi giorni dopo un anno dall’inizio del progetto “Capitan Salgari” è in fase di post produzione del film, girato tra Verona, Genova e Torino (dove verrà presentato in occasione della mostra sullo scrittore presso il Museo Regionale di Scienze Naturali).
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