Magazine agosto 2010
Capolavoro

On the road

di Liborio Conca

Scopro un capolavoro (diciamo il capolavoro dell’estate duemiladieci? Va bene?) durante il viaggio notturno che da Roma mi riporta a Sud, lontano dal caos di una città che necessita di ampi respiri per essere inalata. È buio, le luci del bus sono regolate su quel tipo di blu soffuso che ti dà la piacevole sensazione di essere su una navicella spaziale accogliente e dotata di frigobar, sedili regolabili, tv color. Fuori sulla strada è tutto calmo e ci sono poche automobili, sembra tutto meravigliosamente immobile.
Il capolavoro dell’estate duemiladieci – sì okay così – viene fuori dalle cuffie sotto forma di un suono che s’avvita su se stesso in un intreccio stellare di chitarre e batteria e voci; una danza ipnotica condotta senza regole precise. Libera. È dunque successo che mi sono accomodato sul sedile a me riservato, ho regolato la spalliera – senza strafare, meglio evitare incidenti diplomatici alle spalle – e ho preso un lettore mp3 acquistato nel 2006 ancora funzionante, e ho scelto un disco, e ho premuto play. Niente di particolarmente innovativo. Stasera suonano ragazzi di Toronto, chitarre tastiere basso e vecchi e nuovi effetti di tutto di più.  Non sono un fanatico dell’ascolto in cuffia a tutti i costi; la trovo una pratica con derive antisociali… e poi, soprattutto non capisco come si possa apprezzare che so The Bends? Disintegration? Siamese Dream? standosene in fila a un supermercato, bancone salumi, o in quei gineprai sociali che spesso si rivelano essere i cari vecchi mezzi del trasporto pubblico.

Ma adesso durante questo viaggio riposante e carezzevole mi sembra di non poter fare altro che sistemare le cuffie, premere play: e le canzoni che sto ascoltando sono penetranti, ricche di variazioni improvvise, portano in tanti posti vicini e lontani, schiudono orizzonti immaginari o reali o intrecciati tra loro, rendono la pace di questa notte quasi soprannaturale, in un paese chiaramente affetto da nevrosi – mentre me ne sto su questo sedile e svito il tappo della bottiglia d’acqua e riporto in avanti il sedile si “consuma” nel “Palazzo” quello che gli analisti politici definiscono “resa dei conti” o “strappo” o “braccio di ferro” tra Presidente della Camera e Presidente del Consiglio (maddai). Il pezzo che sto ascoltando ora ha un nome esotico, evoca tramonti limpidi e infiniti, e si arricchisce di un buon odore di shampoo alla pesca che arriva a folate. Ma è questa «Forced To Love» a far scattare il meccanismo interno “okay, ecco il capolavoro”. Scatta così, quando un gorgo primordiale di vibrazioni si spande al tuo interno, quando ti prende una specie di voglia insana e irrefrenabile che ti porta a muovere la testa avanti e indietro (soprattutto in situazioni che limitano la libertà di movimento); e poi pezzi di materia sonora che si scompongono e ricompongono sulla strada, nei campi illuminati a brevi tratti, nella notte buia. Funziona proprio così. Sono dunque le tre di notte e questo intreccio di pulsazioni lunari si confonde con la sostanza molecolare del sogno: affiora alla mente quel passo di Queneau, quando scrive «ci sono sogni che si snodano come incidenti senza importanza, cose che nella vita ad occhi aperti neppure se ne riterrebbe il ricordo, eppure ti occupano al mattino quando li afferri mentre ti spingono in disordine contro la porta delle palpebre. Avrò sognato?»

E come Cidrolin mi sveglio, o viceversa.
È ora della sosta nella stazione di servizio:
nell’ (vogliamo chiamarlo così?) autogrill sono sommerso da un improbabile vecchio pezzo da discoteca, anni novanta; non riesco a identificarlo, né ho con me una copia della Guida alle canzoni dance anni novanta. Un tizio chiede a un commesso dov’è la toilette; lo fa (cioè lo chiede) a pochi passi da una scritta bella grande che mostra a tutta evidenza dov’è la toilette, con tanto di frecce e classica immagine stilizzata M e F. Mi sorprendo intento a contare le copertine dei settimanali che ritraggono Belen Rodriguez;  stravince alla grande; qualcosa tipo cinque su undici (d’estate è tutto un fiorire di settimanali). Mi chiedo come mai nei titoli dei settimanali Belen Rodriguez sia «Belen» e Fabrizio Corona «Corona». Scienziati del marketing all’opera, senz’altro. I racchettoni da spiaggia ammassati sugli scaffali, i dischi di Vasco Rossi e Liguabue e quel vecchio successo anni novanta che continua a sbucare da qualche parte nel soffitto fanno effettivamente pensare a un’azione che si svolge nel 1996 o giù di lì; ma l’autobus romba, si riparte, e rimetto le cuffie per tornare a Toronto, o almeno per usare musica prodotta a Toronto proprio qui, su queste strade deserte del Sud.

I Broken Social Scene devono avere un’idea piuttosto precisa di parole come queste, slegate e riannodate sotto forma di musica: ricordo, riverbero, feedback, estensione, terremoto, nuvola, esplosione, termodinamica, vulcano, gayser, fuochi d’artificio. «Sweetest Kill» parte mentre dal cielo si diffonde un chiarore prima quasi impercettibile e poi via via sempre meno tenue, un chiarore che permette di distinguere distese d’acqua inattese, piccole montagne, castelli arroccati, terre dai contorni sconnessi; poi parte una canzone dalla meraviglia irriproducibile, una di quelle che in un impeto di generosità vorrei far ascoltare a tutti i passeggeri – ma no, ma no, meglio lasciar perdere. Adesso è tutto bianco. Vasti ponti panoramici, e cori angelici.
Il disco che ho ascoltato un paio di volte in questa notte senza luna è Forgiveness Rock Record, dei Broken Social Scene. So già, mentre il sole affiora definitivamente, che la magia di questa notte sarà irripetibile: provateci anche voi.