Magazine agosto 2010
Retrospettiva

Cose che bisognerebbe sapere

di Antonia Conti

«Immagina questa donna in piedi nel soggiorno,
nel mezzo di una frase, 
e lui che vola fuori della finestra.
Immagina lei che non riesce a finire la frase».

 

Sono tante le cose che mi piacciono della Homes. La prima è che è una narratrice del tutto imprevedibile – il suo lavoro successivo, il suo racconto successivo, la sua annotazione successiva – in qualche modo so che mi sorprenderà. La seconda è che è una scrittrice che osa, che ha il coraggio di affondare pancia, testa e penna nei territori più oscuri e scoperti (suona contraddittorio, ma è proprio così) dell’animo umano. «[…] A.M. Homes […] non va mai sul sicuro e comincio a credere che sia in grado di fare praticamente qualsiasi cosa». Lo ha detto Michael Cunningham e lo si legge nella quarta di copertina di quell’esperimento folle, magistrale, tremendo e indimenticabile che è La fine di Alice. La terza cosa che mi piace della Homes è che i suoi racconti sono un incontro felice di sapienza tecnica e vibrazione emotiva, quella vera: autentica. Dunque, padronanza e incisività letteraria da una parte e personaggi dal cuore palpitante, colti nel vivo del loro disagio e nel profondo della loro umanità dall’altra. Alcune delle storie di Cose che bisognerebbe sapere sono molto complesse da un punto di vista compositivo, talmente ricche di corrispondenze interne, di sottotrame (potenziali ed effettive) e di derive narrative che se per diletto volessimo spingerci un po’ più a fondo nell’analisi, probabilmente scopriremmo essere molto più elaborate di quello che sembrano. E a mio avviso è proprio questo il punto: questa raccolta di racconti è più elaborata di quello che sembra, è più profonda di quello che sembra ed è molto più seria di quello che sembra. Non lasciamoci ingannare da una copertina in cui una mano di bambola si protende verso un cellulare fucsia sul cui display si legge Ken 379 52336589, piuttosto osserviamola. La mano di Barbie non ha cinque dita, ne ha quattro, perché due sono incollate. Il medio e l’anulare sono appiccicati, sono un tutt’uno. C’è un difetto, un’anomalia. Quindi forse la Barbie che non vediamo, che si nasconde nel fuoricampo, non è esattamente una Barbie normale, ma ha un problema, un problema grosso, è una Barbie con una disfunzione, con un difetto di fabbrica, è senz’altro una bambola incasinata: è un personaggio con una «frattura».


Le storie di questo libro sono molto diverse l’una dall’altra, e offrono un ventaglio di sensazioni e di riflessioni ricchissimo (ecco un’altra cosa che mi piace della Homes), ma c’è un filo rosso che le lega tutte quante: il senso di inadeguatezza nei confronti della vita. Non si tratta del ben noto male di esistere, che ha in sé una componente di epicità e di maledettismo non adatto al caso, e non si tratta nemmeno del disagio tutto interiore, insito nell’eroe o, se vogliamo, nell’antieroe, costretto a raffrontarsi con un mondo esterno implacabilmente ostile e spietato. L’inadeguatezza che ci racconta la Homes è quella quotidiana, legata alla realtà di tutti i giorni, alle tragedie e alle sofferenze comuni. La questione fondamentale, dunque, è una sola. Per quanto ci si sforzi di conoscere, di studiare, di sapere, per quanto si possa essere abili, lungimiranti e risoluti nel fabbricarci il nostro piccolo scudo di esperienza, le cose della vita ci coglieranno comunque impreparati e riusciranno a destabilizzarci, vanificando così la lunga lista dei buoni propositi che ci eravamo confezionati, riportandoci alla nostra naturale condizione di creature piccole e indifese. Si parla proprio di una lista in Cose che bisognerebbe sapere, il racconto che dà il titolo alla raccolta, di una serie di insegnamenti saggi, utili a sfangarla giorno dopo giorno, e non è un caso che questa lista, della quale non ci è dato conoscere neanche una voce, sia scritta in un linguaggio inventato e risulti infine dispersa. Di fatto, ci suggerisce Homes, non esistono manuali che insegnino come elaborare il divorzio, il disagio o la malattia, esiste soltanto l’evidenza di una lacerazione di partenza – la frattura di cui parlavo prima appunto – ed esistono dei tentativi di rimedio (Rimedio è anche il titolo di uno dei racconti). Ci si può appellare alla scienza, alla tecnologia, alla logica, all’ordine, ad attrezzature sofisticate. Si può tentare di razionalizzare, si può eseguire la procedura al dettaglio, la si può effettuare al contrario, ma se vivere «ha a che fare con l’essere incastrati, ha a che fare con il panico, ha a che fare col rendersi conto che ci si è dentro fino al collo, qualcosa deve cedere».


Degli undici bellissimi racconti della raccolta ce ne sono quattro che trovo più compiuti degli altri, e che meglio rappresentano quanto ho appena detto. Ne «La lezione cinese», il protagonista Geordie Harris si sente estraneo. Estraneo innanzitutto nei confronti della moglie, una donna cinese che rifiuta le sue origini e che detesta la propria madre, la signora Ha, una vecchietta smemorata il cui desiderio di riappropriarsi della propria terra e delle proprie tradizioni è invece talmente radicato da spingerla ad allontanarsi sistematicamente da casa. E ogni volta tocca a Geordie avventurarsi nel quartiere con un ricevitore in cerca della «suocera dispersa», alla quale è stato impiantato un chip di modo che la si possa sempre rintracciare. Eccolo qua il rimedio: un ricevitore. Poca cosa per il povero Geordie, cresciuto senza affetti, straniero nella sua stessa casa, il solo a comprendere la lacerazione della signora Ha e il disorientamento della figlioletta Kate, che è per metà cinese. Come può Geordie sanare lo strappo di una famiglia composta di stranieri se lui per primo si è sempre sentito «straniero, venuto non solo da un altro paese ma da un altro pianeta, senza usanze, modi di essere?» E se in questa storia il tono della narrazione alterna momenti di vivace ironia a momenti di struggente inquietudine, in «Georgica» ci si addentra nell’ossessione. Una ragazza che ha collezionato storie traumatiche con uomini disastrosi desidera ardentemente avere un figlio e trascorre le sue serate appostata a osservare le coppie che si appartano sulla spiaggia, con un binocolo a infrarossi. Una volta finito l’atto e allontanati gli amanti la ragazza si avvicina alla zona dove è stato consumato l’amplesso, si appropria del preservativo con lo sperma, corre alla macchina e si autoinsemina. C’è qualcosa di scientifico nella coazione a ripetere di questa ragazza folle, c’è qualcosa di profondamente razionale nella metodicità del suo rimedio: «Sale in macchina e si mette in posizione, distesa, coi piedi sul cruscotto, i fianchi rivolti verso l’alto. […] Il volante l’aiuta a mantenere la posizione. Indossa dei pantaloni attillati. Ha preso un taglierino e li ha scuciti al cavallo, creando un ingresso pratico ma discreto. Infila la siringa nel buco. Quando è più dentro che può, spinge lo stantuffo: lancio». Ma c’è anche qualcosa di profondamente commovente nella consapevolezza e nelle motivazioni di questa donna che rifiuta di avvalersi della scienza per diventare madre. «Immaginava cosa sarebbe successo più avanti, quando la bambina avrebbe chiesto: Chi è mio padre? Non riusciva a immaginare di rispondere, R144, o di dire a sua figlia che aveva scelto il padre perché aveva una bella calligrafia […]. Avrebbe preferito raccontarle la storia dei bagnini, e dirle che era dal mare che veniva».


Il protagonista di «Razzi attorno alla luna» è un ragazzino che, con un candore e una maturità impressionanti, ci racconta gli eventi traumatici avvenuti nell’estate in cui aveva dodici anni. La sua frattura: i genitori divorziati che lo ignorano. La madre si è risposata e il padre è completamente assorbito dalla nuova fidanzata e dalla cucina macrobiotica. Data la situazione il nostro protagonista vive «part-time» con l’amichetto del cuore Henry, a casa «degli Henry», godendo degli agi, dell’ordine e della cucina gustosa della signora Henry. Lo strappo avverrà quando – apparentemente colmata la mancanza di una famiglia e ottenuto un surrogatorio senso di appartenenza – il padre di Henry ucciderà per sbaglio un ragazzino di dodici anni, rompendo così ogni idillio e riportando il nostro protagonista alla sua condizione di non-Henry, alla condizione di figlio di nessuno. Splendida la descrizione della scena della giostra al luna park, motivo che ritroviamo, e utilizzato in funzione pressoché analoga, anche in «Si prega di non disturbare». Immaginate come reagirebbe un dottore, forte delle sue conoscenze, esperto di ogni sintomo e manifestazione della malattia, se venisse attaccato brutalmente da un cancro che non può controllare. Immaginate come si comporterebbe il compagno di quel dottore. Non dirò una parola di più su uno dei più bei racconti in cui sia mai incappata. Ma darò un ultimo suggerimento: cercate «Si prega di non disturbare», istruitevi con le Cose che bisognerebbe sapere e, se non lo avete ancora fatto, leggete A.M. Homes.