Magazine settembre 2011
Intervista

Intervista a Federica Sgaggio

Christian Raimo, editor per la saggistica, intervista Federica Sgaggio, giornalista e nuova autrice della collana Indi, di cui minimum fax ha appena pubblicato Il paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare

Questo libro fa trapelare fin dall'epigrafe un'urgenza. Quella di restituire un mestiere, quello del giornalista, a chi gli attribuisce un ruolo, una missione e una sua etica. Nel libro descrivi come il giornalismo non sia più questo mestiere, ma sei molto più cauta nel trovare le ragioni teoriche di questo declino. Se dovessi invece immaginarne alcune?
Non sono sicura che il giornalismo abbia vissuto una stagione d'oro a partire dalla quale è cominciato un declino. Penso che ogni epoca abbia il giornalismo che merita e sa produrre. Ora, poi, c'è da aggiungere al conto il generale depotenziamento politico del lavoro dipendente; il fatto che il lavoro giornalistico costa sempre meno; il fatto che mentre la controparte è compatta, forte, e paradossalmente sostenuta da un apparato ideologico che i giornalisti per primi hanno contribuito a socializzare, noi giornalisti siamo divisi e dispersi, e ci percepiamo individualmente e collettivamente impotenti, a meno che non ci appollaiamo all'ombra di un potere o di un potente. Siamo situati, lungo un processo storico, in qualche punto che secondo me non può essere letto in se stesso, isolatamente. E un ruolo oscuro e cruciale, secondo me, l'hanno avuto gli intrecci fra proprietà delle testate. Continuiamo a parlare di conflitto di interessi e di monopolio in relazione a Berlusconi, e dimentichiamo che se un editore detiene un dieci per cento in sei giornali piccoli, e un altro editore ha il cinque per cento in altri quattro, e un terzo ha il tre per cento di tutti e dieci quei piccoli giornali, gli introiti pubblicitari e le linee editoriali possono risultare notevolmente influenzate dai veti incrociati che si rendono possibili; e con un danno forse perfino maggiore di quelli prodotti dai grandi potentati editoriali. Inoltre, credo che fino a quando non si discuterà seriamente della democrazia interna ai giornali, e dei soprusi quotidiani, e delle vendette, e delle umiliazioni che subiscono molti giornalisti che vorrebbero semplicemente fare il proprio lavoro, beh, il giornalismo finirà per restare quel che è, in saecula saeculorum. Infine, non so se c'è una missione nel giornalismo. Di sicuro c'è una deontologia. È molto più che semplicemente sufficiente.

Questo è un libro sul giornalismo e sullo pseudogiornalismo ma è un libro sul linguaggio politico, su quello sociale, su quello pubblicitario, sulle retoriche in generale. L'impressione è che il giornalismo o lo pseudogiornalismo abbia fagocitato ogni linguaggio.
È la complessità ciò che non si accetta; la sfumatura. Paradossalmente, la semplificazione del linguaggio e la riduzione dei nessi di concatenazione e subordinazione hanno introdotto nella comunicazione livelli di ambiguità che mi sembrano ingovernabili, anche se suppongo che siano sicuramente utili a qualcuno che se ne sa servire. L'uso del sentimento monocolore dell'indignazione e il ricorso a termini apparentemente inequivoci come «casta», per esempio, comportano una confusione tremenda nel paesaggio sociale. Si può essere contrari agli sprechi di denaro pubblico senza per questo pensare che i politici debbano andare al rogo. Si può credere che un parlamentare abbia il legittimo diritto di muoversi in aereo a prezzi ridotti, perché raggiungere le persone di cui è rappresentante è il suo lavoro, anche se non ci piace che si usi un aereo dello Stato per consegnare il pesce fresco. Si può essere arrabbiati ma volere ancora capire. E invece, intorno a me sento solo il montare inutile della ferocia che non si traduce in niente di politico, ma solo in una brutalizzazione esasperante delle relazioni umane che mi lascia disperata. Morte alla casta, indigniamoci tutti. E poi tutti a mangiar la pizza. Facciamo bruum bruum con la bocca e va bene così, e tu che mi stai portando via il posteggio vaffanculo, se non ti levi dalle palle ti spacco il lunotto.

Carta e rete, tu le frequenti e le studi con un'attenzione identica. Non ti sembra che i discorsi sulla fine dei giornali cartacei occultino la vera crisi del giornalismo?
Come in tutte le crisi, c'è chi ci perde e c'è chi guadagna. In Irlanda, per esempio (e mica solo là, ma l'Irlanda ce l'ho nel cuore), il crollo del mercato immobiliare - precedentemente «drogato» - ha lasciato moltissime persone senza casa, o in gravissime difficoltà col mutuo, eppure arricchirà gli speculatori, che hanno rastrellato edifici a prezzi stracciati e - dopo la tesaurizzazione - attendono che arrivi il momento di incassare, magari da capitalisti stranieri. Secondo me parlare della crisi dei giornali come se si trattasse di un evento puramente economico lascia in ombra il fatto che le crisi dei giornali di carta son servite per fare uscire dal mercato del lavoro molti giornalisti; per ridurre il potere contrattuale dei giornalisti; per tenerli sotto ricatto con la minaccia della perdita del posto di lavoro; per far carico allo Stato di costi che in qualche caso, posso immaginare, saranno anche stati dipendenti da inabilità gestionali più che dalla congiuntura economico-astrale. Non nego che i giornali siano in difficoltà: dico solo che i perché non sono necessariamente così banali come l'aumento del costo della carta.

Il libro è pieno di esempi di mediocre o pessimo giornalismo in Italia. Tanto che forse alla fine del libro ci si sente molto più consapevoli ma forse anche più disillusi. Ci faresti qualche esempio in controtendenza? Dei modelli di giornalismo a cui guardi per il tuo mestiere quotidiano?
I modelli non hanno nomi conosciuti. E non lo dico per il piacere di apparire controcorrente: è perfettamente coerente con la considerazione che sviluppo ampiamente nel libro, ovvero che l'unica inchiesta alla quale si tributa una qualche chance di successo è quella firmata dal giornalista che diventa un «marchio». Solo che per essere all'altezza della propria brandizzazione si è costretti a dimenticare la complessità, a trasformarsi in alfieri del semplice e del semplificato (in definitiva, come dicevo prima, dell'ambiguo). I modelli sono il corrispondente di un paese della provincia, che - sottopagato e umiliato dentro e fuori dal giornale - resiste alle pressioni di un sindaco che lo minaccia di non dargli più notizie fino a che non smetterà di occuparsi di un tale caso e chiama il direttore il quale magari manco difende il suo giornalista; o il redattore che non rinuncia a provarci, e viene preso in giro, e marginalizzato. Nel mio lavoro c'è gente che tenta il suicidio, e a volte ci riesce; c'è una morbilità a volte di molto superiore alla media. E tanti si mettono a ridere, quando dico questo; ripetono che per fare i giornalisti bisogna avere il fisico. Certo, è vero. Vedere un morto da vicino per obbligo professionale può essere tremendo. E non cedere alle pressioni è un'espressione di coraggio che si paga immancabilmente molto cara. Ma sopportare la propria inutilità, tollerare i soprusi (proprio noi che dovremmo denunciarli) e il silenzio a causa del servilismo o della paura sono realtà con cui fare i conti è dolorosissimo, checché ne pensino i superman dell'informazione che sentono di avere le physique du rôle solo perché chiamano cinismo l'indifferenza per l'essere umano, e considerano le persone alla stregua di numeri o di strumenti che devono consentir loro di guadagnare meriti agli occhi dei loro signori e padroni.

Un'altra ombra che si scorge in tutto il tuo libro è quella della formazione. Il sospetto che sorge è che il declino di una pratica professionale affondi le sue radici anche nella crisi di una educazione, di chi scrive e di chi legge.
Sì, ma manca la scuola elementare; non la sociologia della comunicazione. Il modo di manipolare una notizia, o il senso di un fatto, si trova anche solo per mestiere, e non c'è nessun bisogno di aver studiato uno specifico manuale, o mille bibbie differenti. Quel che non si impara è la capacità di comunicare in modo inequivoco e senza ambiguità grazie a un uso ragionevolmente accettabile del lessico, della sintassi, della punteggiatura. Grazie a un uso dei termini un po' meno immaginoso, più aderente all'etimologia e al significato principale. Se non hai avuto un maestro o una maestra che ti hanno insegnato l'abc, finisci per scrivere cose come «colpisce la palla di testa che s'infrange sulla traversa», come m'è capitato di trovare in un pezzo di sport. Per scrivere e parlare occorre sapere cosa dire, avere una scaffalatura mentale dalla quale trarre i concetti e le connessioni grazie a una strumentazione di base - una scaletta, uno sgabello, una pinza telescopica per afferrare il tal concetto che si trova in alto... - che può solo esserti fornita dalla maestra delle elementari e dai tuoi genitori. Ma voglio dire un'altra cosa: anche quando si scrive meravigliosamente, questo non vuol dire che si stia facendo del bel giornalismo. Il giornalismo è fare le domande e riferire le risposte.

Una delle critiche più acute che fai è alla deriva emotiva dell'informazione. Ma le emozioni possono avere un posto nell'informazione e quale?
Penso che sia inevitabile avere un approccio (anche) emotivo alla realtà. Il problema non credo che sia sterilizzare la comunicazione dai suoi aspetti più emotivamente carichi, ma essere consapevoli di quel che sta succedendo nelle tue emozioni quando leggi. Le emozioni sono un fattore importantissimo di empatia relazionale: non vedo perché dovrebbero essere decapitate dalla comunicazione: quel che possiamo fare, però, è capire il testo, destrutturarlo, vederci attraverso, di modo che un testo non utilizzi l'emozione per paralizzare la nostra comprensione e il nostro senso critico.

Ci consigli un libro di qualche reporter storico da rileggerci?
Non ho un'epica di riferimento. Ma consiglio un esercizio: chiedete a un amico di selezionare per voi un certo numero di articoli di famosi giornalisti contemporanei, e di leggerveli ad alta voce o di farveli leggere tenendovi però completamente all'oscuro della loro identità. L'esercizio è indovinare chi ha scritto cosa, e - nei casi più incredibili - in che anno: se quest'esercizio va bene, del giornalismo sapete praticamente tutto ciò che serve per sostenere una conversazione in società, e siete finalmente pronti per cominciare a leggere un romanzo di qualche oscuro scrittore che aspetta solo voi. C'è più realtà in un romanzo d'invenzione che sulle pagine dei giornali.

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