Magazine novembre 2011
Intervista a Aimee Bender
La nostra collaboratrice di minimum fax live, Ružica Babić, ha intervistato Aimee Bender per l’uscita del suo ultimo romanzo «L’inconfondibile tristezza della torta al limone».
1. Il personaggio principale di L’inconfondibile tristezza della torta al limone, la ragazzina di nome Rose, scopre di possedere un dono magico che consiste nel percepire le emozioni degli altri mangiando il cibo che hanno preparato. Perché hai scelto una ragazzina come protagonista? Cosa offre lei, come protagonista giovane, che un adulto non potrebbe trasmettere? Sarebbe possibile raccontare la stessa storia con un adulto come protagonista?
Nello scrivere il romanzo ho usato un trucchetto, ho immaginato che Rose raccontasse la storia guardandola a posteriori, perché a volte parla più come una persona adulta. Ho immaginato che, nel ricordare, tornasse all’età in questione. Questo mi ha permesso di dare alla sua voce una maturità che un bambino non potrebbe avere, tentando comunque di farla restare fresca e immediata. Volevo riuscire a usare tutti e due i tipi di voce, perché i bambini percepiscono il mondo in un modo molto particolare, ma volevo anche che il personaggio potesse un po' riflettere su tutte le nuove informazioni che stava assorbendo. In realtà, avevo scritto un libro diverso con un ragazzino come protagonista, però c’era qualcosa che non andava – soltanto con la voce di Rose sono riuscita a entrare pienamente nella storia.
2. È stata una scelta pensata quella del motivo della torta al limone? Forse l'hai scelta perché ha un sapore aspro, quindi collegato in qualche modo con l’acutezza delle emozioni che Rose scopre?
Sì, esattamente. Non l’ho scelta consapevolmente, però mi è venuta l'idea del limone e mi è sembrato che avesse molto senso, pensando al libro nel suo insieme. È un sapore molto più complicato della vaniglia, soprattutto per un bambino!
3. Solitamente avvertiamo le emozioni degli altri attraverso la comunicazione verbale, oppure, ancora più spesso, quella non verbale. Percepire invece le emozioni di una persona mangiando il cibo che questa ha preparato è una modalità originale e fisica. Come sei arrivata all’idea di mangiare le emozioni altrui? Hai forse vissuto di persona una situazione in cui hai assaggiato qualcosa che ti ha parlato di certe emozioni?
Ho un’amica molto cara che parla dei propri sentimenti/emozioni come di qualcosa da digerire. Dice: «Sto digerendo la conversazione di ieri sera con mio padre», oppure, «Sto metabolizzando la discussione di ieri sera». Credo di aver fatto un collegamento mentale, perché questi verbi funzionano, hanno senso, anche se lei parla di qualcosa di molto più etereo del cibo. E sì, proprio come dici tu: il fatto che sia «una modalità fisica» rende molto più semplice parlarne. Questo vale per tutti gli elementi magici presenti nelle storie che racconto: la magia è essenzialmente fisica quindi è più facile per me scriverne!
4. All’interno della tua storia si inverte la credenza secondo la quale il cibo preparato in casa ha un sapore migliore del cibo industriale. Era questa l’idea che avevi in mente quando hai deciso di scrivere il libro?
Mentre scrivevo, sapevo che non avrei voluto che il libro diventasse una sorta di esaltazione della buona cucina. Mi piace mangiare bene, però mi rendevo conto che quella sarebbe la strada più prevedibile, e la verita è che io credo davvero che ci sia qualcosa di molto invitante nel junk food. Mi è capitato, a volte, di aver voglia di cibo trattato, poco sano e schifoso: perché? Ecco, volevo riflettere sulla ragione per cui è così invitante, e per cui a volte va bene concederselo, tanto per cambiare. Ho un’amica che ha una grande vita sociale, è in contatto con molte persone, e però ogni tanto sente il bisogno di mettersi a guardare la tv, per prendersi una pausa da tutti i suoi rapporti sociali; io la ammiro – lei lo sa che ha bisogno di prendersi una pausa, lo fa, e non considera suo massimo obiettivo l’essere costantemente in contatto con gli altri, perché ne sarebbe stremata. Credo che per Rose il cibo junk food rappresenti lo stesso tipo di sfogo.
5. In che modo gli elementi surrealistici e fiabeschi influenzano la struttura narrativa e ti aiutano a trattare tematiche come la famiglia e i suoi problemi, l’amore, la frustrazione? In che modo usi lo straordinario per scrivere dell’ordinario?
Mi sembra che sia la mia porta d’ingresso: più di tutto, quando scrivo, vorrei ottenere qualcosa che abbia una risonanza emotiva e un senso di verità, e per arrivarci uso tutti gli strumenti che ho a disposizione. Per un motivo o per l'altro, a volte mi sento inibita dal puro realismo e mi riesce più facile arrivare in profondità inclinando la lente, passando per un ingresso laterale. Questo vale per tutto ciò che ho scritto fino a oggi: in qualche modo, ingrandendo un dettaglio della realtà, o guardandolo attraverso una lente particolarmente strana o magica, posso effettivamente vederlo e sentirlo in maniera più chiara. È stato un enorme sollievo per me rendermi conto che non dovevo avere per forza un approccio «sottile», ma potevo osare di più, lavorare su vasta scala. PJ Harvey, la cantante, come copertina di un album ha usato una sua foto in cui tiene in mano un cartello che dice: «Non essere sottile». Ho amato questa cosa. La sottigliezza, a quel punto, può venire fuori in un altro modo.
6. Anche il fratello di Rose, Joseph, ha un potere magico: sparisce spesso e senza motivo, e nel romanzo non viene davvero spiegato come questo avvenga. Che cosa gli succede esattamente? È un modo per fuggire dalla sua natura ipersensibile, dalla realtà e dai problemi in famiglia?
Sì, credo che sia un suo modo di sfuggire alla propria sensibilità verso il mondo, un mondo contro cui ha bisogno di corazzarsi. Così alcuni lettori pensano che sembri autistico e altri schizofrenico; io non lo volevo etichettare, volevo che fosse solo se stesso, e i lettori avrebbero potuto decidere di testa loro. Però sì, credo che si rifugi dentro i mobili come modo per evadere dalla realtà e fuggire. E che, alla fine, muoia nella sedia. Questa è la risposta che trovo più triste e dolorosa. Ma so che alcuni lettori non arrivano a questo punto: pensano che stia viaggiando nel tempo. È una lettura più speranzosa, ma per me va bene anche quella.
7. Hai collaborato con Imagination Workshop, un programma che combina arte e scienza per aiutare i malati di mente e gli individui a rischio aiutandoli a scoprire le meraviglie dell’arte. Pensi che il tuo lavoro o i tuoi libri possano anche essere in qualche modo utilizzati come materiale per lavorare con gruppi di persone con problemi? O con i bambini?
Che pubblico avevi in mente mentre scrivevi L'inconfondibile tristezza della torta al limone?
Sarei molto lusingata se i miei libri venissero utilizzati in questo modo, e ho sentito alcuni commenti molto gratificanti da parte di lettori che sono cresciuti con fratelli malati di mente, che dicono di aver trovato nel libro qualcosa di molto reale, che li tocca davvero. Mi è piaciuto lavorare con Imagination Workshop: è stata un’esperienza commovente, significativa e molto divertente. Abbiamo creato degli spettacoli teatrali, musical!, tutti scritti e improvvisati dai vari pazienti. Potrei continuare a parlartene a lungo, se vuoi. Ma direi che mi interessano in generale tutti gli stati psicologici: da chi è molto malato e non riesce a distinguere la realtà dalle voci che sente in testa, a chi, come Joseph, è forse troppo permeabile e non riesce davvero ad affrontare il mondo, a chi è in una situazione più sfumata e familiare, magari come Rose, che ha i suoi problemi a misurarsi con la realtà, ma è anche in grado di trovare un modo per farlo. Mi interessava, in questo libro, analizzare la linea sottile che divide il talento dalla malattia, in quanto entrambi possono, a volte, essere legati alla singola sensibilità di una persona. Per quanto riguarda il pubblico: scrivo per chiunque riesca a entrare autenticamente in contatto con il libro. È sempre questo il lettore per cui scrivo.
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